Ungheria

I vescovi: “no” a sincretismo e neopaganesimo Un appello a salvaguardare la fede cattolica in Ungheria di fronte all’affermarsi del sincretismo e del “neopaganesimo”. A lanciarlo, in una lettera circolare diffusa domenica 20 settembre e letta in tutte le chiese della nazione, sono i vescovi magiari, preoccupati per la secolarizzazione, l’edonismo, il “neopaganesimo”, ma anche per il sincretismo, l’occultismo e lo spiritismo che stanno prendendo piede nel Paese. “Sperimentiamo che riprende vigore una specie di paganesimo – si legge nel documento della Conferenza episcopale -. Come dopo la morte di santo Stefano, anche oggi esso attacca il cristianesimo. Alcuni anni fa ritenevamo che la secolarizzazione costituisse quasi l’unico pericolo. Anche se la mentalità consumistica, l’idolo dell’edonismo continua a essere presente nel nostro popolo, ora si sta rafforzando anche lo spirito del neopaganesimo”. “Durante i decenni del comunismo – proseguono i vescovi – hanno cercato di farci dimenticare tutto quello che poteva confermare la nostra identità ungherese e cristiana. Hanno cercato di inculcare in noi un complesso di inferiorità, ripetendo che l’Ungheria era stata l’ultimo alleato della Germania nella Seconda guerra mondiale, ed eravamo nazionalisti e sciovinisti. Recentemente vi si aggiungono gli aggettivi di intollerante e razzista”. “È necessario e legittimo riscoprire un’identità giusta – ribadiscono i presuli -, cercare e rendere coscienti i veri valori, l’eredità ungherese in campo culturale, storico e scientifico”, e “confermarsi nella identità cristiana” dal momento che “la rivelazione di Cristo si è incarnata anche nella cultura ungherese, nobilitandola e consacrandola. La nostra cultura millenaria” infatti “non è comprensibile senza la fede cristiana”. I vescovi tuttavia non si nascondono i rischi di questa “presa di coscienza”: “Uno di questi è il cosiddetto ‘sincretismo antico ungherese’ che mescola elementi di diverse religioni” e “induce all’errore non pochi fedeli” . Altri pericoli sono “l’occultismo, lo spiritismo, e le diverse forme di idolatria”. “Un attacco alla nostra fede cattolica” arriva anche “dalle idee liberali estreme che cercano di imporci la dittatura del relativismo, una visione del mondo che mette in dubbio l’esistenza della stessa verità. Questa corrente diffonde la cultura della morte al posto del rispetto della vita. Nega o relativizza la differenza tra uomo e donna, nonché il matrimonio e la famiglia”. Di qui la riaffermazione del “progetto di Dio Creatore sull’uomo, sulla famiglia, sulla cultura e sulla nazione”. “Di fronte alla globalizzazione – conclude il documento della Conferenza episcopale magiara – noi professiamo la cattolicità. La verità cattolica non è internazionale ma sovranazionale, ma per poter esistere concretamente, essa deve incarnarsi nelle culture nazionali”.Budapest: la via del card. Mindszenty Una notizia diffusa nei giorni scorsi ha fatto riemergere dai meandri della memoria una via di Budapest, via Andrássy, la celebre via Andrássy, la famigerata via Andrássy. La notizia si riferiva alla Settimana europea della mobilità e alle iniziative programmate in diverse città d’Europa. A Budapest la via Andrássy, inclusa nell’elenco del patrimonio mondiale Unesco, sarebbe stata per tre giorni chiusa al traffico automobilistico e trasformata in una “strada viva”, con erba verde sui marciapiedi, tornei sportivi, spettacoli teatrali, dimostrazioni di veicoli puliti, gare di biciclette e giochi di pittura per bambini. Un quadro idilliaco. Non era così sessanta anni fa e fino al 1956, quando la sanguinosa rivolta di Budapest segnò l’inizio del riscatto per il popolo ungherese. Via Andrássy aveva già allora una fama terribile. Al numero 60 vi era la sede della polizia segreta del regime comunista. Qui, la sera del 26 dicembre 1948, vi fu condotto il cardinale József Mindszenty. Eloquenti le sue Memorie: «La colonna delle automobili si fermò davanti all’edificio di via Andrássy 60. Mi ordinarono di scendere. Poi, tra due file compatte di poliziotti, mi condussero nella famigerata casa. Qui gli ungheresi, che erano andati a scuola dalla Gestapo di Hitler, avevano creato un luogo spaventoso di tortura e un vero centro di terrore già al tempo dell’occupazione tedesca. Già allora i passanti evitavano il più possibile quell’edificio o voltavano il capo quando vi passavano davanti». Al numero 60 di via Andrássy si consumò il martirio di Mindszenty. Umiliato nella sua più intima dignità, sottoposto a torture psichiche e fisiche, drogato fino a ridurne la forte volontà, il cardinale fu trasferito da via Andrássy dopo 38 giorni di inferno, alla vigilia del processo-farsa che lo avrebbe condannato all’ergastolo. Una vicenda quella di Mindszenty, che ancora oggi appassiona e fa discutere, e fa dell’eroico cardinale primate d’Ungheria, tenace oppositore del comunismo, una delle figure centrali del cattolicesimo ungherese e mondiale. Oggi al numero 60 di via Andrássy – il nome viene dal presidente del consiglio ungherese Gyula Andrássy von Csíkszentkirály, il Vecchio (1823-1890), padre di Gyula il Giovane, anch’egli personaggio politico – c’è il Museo del terrore. Si chiama proprio così, a ricordo e testimonianza dei due regimi dittatoriali che insanguinarono l’Ungheria. Mai nome fu più indovinato.