MOLDAVIA

Se la famiglia si dissolve

Un progetto della Chiesa per i bambini di strada

Con l’inizio di ottobre prenderà il via il progetto “Pastorale di strada” avviato dalla Fondazione Regina Pacis, organizzazione cattolica italiana impegnata in vari programmi sociali sul territorio moldavo. Tre saranno le case-famiglia rese operative in Moldavia e Transnistria, come parte del progetto che mira ad aiutare “il minore in stato di abbandono”, “contribuire alla sua crescita” e “sviluppare in lui il senso di autonomia”. A presentare l’iniziativa a Ingrid Aioanei per SIR Europa è mons. Cesare Lodeserto, presidente della Fondazione Regina Pacis. La novità del progetto sta proprio nel concetto di casa-famiglia che si propone come “una struttura educativa aperta, rompendo lo schema tradizionale, che è quello dell’istituto chiuso e vigilato”. Fino ad oggi la Moldavia ha conosciuto solo forme istituzionalizzati di accoglienza per i bambini di strada, come le scuole-convitto, dove oltre a mancare le basilari necessità il livello educativo è molto scarso. Uno sguardo più ampio sulla situazione moldava. La Moldavia si confronta oggi con una “grave situazione economica che pone la popolazione in una evidente condizione di povertà”, in cui “il 50% della popolazione attuale non ha il minimo necessario per la sopravvivenza e il 38% riesce a portare avanti la propria esistenza in modo precario”. È quanto si rileva dal sito della Fondazione Regina Pacis. Oltre a questi dati, dalla stessa fonte, si sottolinea che “il 25% della popolazione è in esodo migratorio” e, secondo le stime, “l’emigrazione dal Paese registra la partenza di circa 10.000 moldavi al mese”. Questa situazione di disagio generalizzato “mette in crisi principalmente l’istituto familiare” con gravi conseguenze sulla fascia più debole, i bambini. “Ci sono fenomeni sempre più visibili lungo le strade della Moldavia, come i bambini in stato d’abbandono”. Bambini “di strada” e bambini “della strada”. Anche se i due termini vengono il più spesso considerati come sinonimi, tra di loro c’è una differenza: mentre il bambino di strada – spiega la Fondazione – “è colui che non ha più alcun legame con la famiglia, è completamente solo e vive un’evidente situazione d’autonomia”, il bambino della strada invece “ha una famiglia, ma questa è lontana, forse vive in un villaggio, è molto povera, il bambino ha litigato con essa, non sopporta i genitori perché sono dediti all’alcool”. Di qui la scelta del bambino di vivere nella strada e stare lontano dalla famiglia che per lui non rappresenta più “un ambiente dove egli ama vivere, non è un riferimento di valori”. Fino ad ora, per questi bambini l’alternativa alla vita di strada sono le 63 case-convitto statali, in cui vivono più di 11 mila bambini, circa 1,14% del totale dei bambini moldavi, come risulta da un rapporto realizzato dalla Fondazione. Un’alternativa alle scuole-convitto: le case-famiglia. Il rapporto della Fondazione presenta la triste situazione sulle cosiddette “scuole-convitto”: il 30% di queste scuole ha il tetto bucato e muffa sulle pareti; due terzi di queste scuole non hanno l’acqua calda e in 10 manca persino quella fredda; d’inverno la temperatura nelle stanze è di 8-14 gradi; e bambini passano 17 ore al giorno nel dormitorio. A questa situazione di disagio, la Chiesa cattolica Moldava risponde con il progetto delle case-famiglia che ha come obiettivo finale la crescita del bambino e la sua formazione verso un possibile ricongiungimento familiare. Attraverso “l’accoglienza, i messaggi educativi, le sollecitazioni che vengono anche dal territorio, come la scuola” si mira – spiega il sacerdote della Fondazione “Regina Pacis” a “far rientrare il minore nella famiglia di origine e se ciò non fosse possibile di almeno fargli sempre ben comprendere il concetto di famiglia come valore fondamentale per la sua vita”.Stato e Chiesa cattolica si danno la mano. All’iniziativa hanno aderito anche le istituzioni statali “ed è questo il grande successo – afferma mons. Lodeserto – perché loro finalmente hanno riconosciuto il valore del concetto di casa-famiglia, come nuovo progetto educativo per i paesi dell’est”. Una delle case, nella capitale di Chi?in?u, nella quale si trovano 16 ragazzi funziona già in forma sperimentale da alcuni anni perché – come afferma mons. Lodeserto – “è nostro metodo sempre testare e monitorare un progetto prima di renderlo operativo”. “Il passo più difficile è stato quello di convincere le autorità dell’importanza del concetto di casa-famiglia nella formazione e sviluppo del minore”, conclude il monsignore.