RASSEGNA DELLE IDEE
In margine al pensiero di Paolo VI e Romano Guardini sull’Europa
“L’inadeguatezza del modello privatistico nel modo di concepire il rapporto religione-democrazia” diventa “subito evidente non appena si coglie che termini come «uguaglianza», «diritti», «democrazia» non si riferiscono solo a degli individui separati gli uni dagli altri” ma “propriamente alle persone in relazione: a gruppi, movimenti e soggetti, cioè, non in partenza già privati delle proprie appartenenze religiose, ma qualificati da tali appartenenze con i loro valori e stili di vita”. Nell’intervento in chiusura dei lavori della XXXI Settimana Europea organizzata dalla Fondazione ambrosiana Paolo VI e dall’Università cattolica del Sacro Cuore a Villa Cagnola di Gazzada (Varese), mons. Adriano Caprioli, vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, ricorda le parole di Papa Montini pronunciate quando era ancora arcivescovo di Milano, il 12 settembre 1958: “Questa unione europea che sta delineandosi e che oscilla, da stagione a stagione, tra una conclusione che sembra felice e una delusione che sembra mortale, è fragile e precaria, prodotta piuttosto da forze estrinseche che la vogliono, che non palpitante da interiore vitalità propria e autonoma. I responsabili di questa unità non intendono cedere nulla della loro sovranità; andiamo quindi verso una pace che può essere equivoca e friabile – sottolineava Paolo VI -, ma il giorno in cui una circolazione libera di pensiero e di amicizia, di una cultura comune dovesse fondere i diversi popoli, l’unità spirituale diverrebbe realtà (…). Abbiamo bisogno che un’anima unica componga l’Europa, perché davvero la sua unità sia forte, coerente, sia cosciente e benefica”.Cammino ecumenico. Certamente, prosegue mons. Caprioli con lo sguardo rivolto all’Europa, “non è compito della Chiesa ordinare il flusso dei nuovi immigrati e tanto meno vigilare sulla loro posizione giuridica” dal momento che “per noi sono persone da accogliere con i loro problemi e i loro drammi di lavoro, di inserimento sociale, di diritto alla presenza familiare” e “noi possiamo offrire i nostri punti di forza tradizionali della convivialità e della solidarietà” ma “la sfida va oltre l’aiuto fraterno e la convivenza pacifica” perché “tocca l’offerta ai cittadini di un patrimonio di spiritualità”. Il mondo cattolico, inoltre, “non ha dubbi sulla validità perenne e sulla attualità del Vangelo di Gesù di Nazaret” e “nel rispetto delle coscienze, come in ogni tempo della Chiesa, continueremo a offrire il Vangelo a tutti: ai fedeli cristiani, agli indifferenti e anche ai nuovi arrivati di altre religioni”. In particolare, evidenzia il vescovo, “l’incontro con le altre confessioni cristiane va collocato nell’ottica dello «scambio di doni» da iscrivere dentro il cammino ecumenico teso a ritrovare l’unità della grande famiglia cristiana”: “L’incontro con le religioni non cristiane, oltre a occasione di ripensamento dei fondamenti spirituali della nostra identità, stimola le nostre comunità cattoliche a dare testimonianza pubblica e compatta dei valori fondanti la nostra cultura tradizionale”. Oggi, aggiunge mons. Caprioli, “questa radice cristiana della cultura sembra ignorata, se non addirittura osteggiata dagli attuali padri fondatori della futura Europa”: basta ricordare “la vicenda della Carta costituzionale europea (peraltro mai approvata), dove tra i fondamenti figuravano la civiltà greca e quella romana, le correnti filosofiche dei Lumi, alludendo fra le une e le altre a un anonimo «slancio spirituale», non solo non detto cristiano, ma neanche religioso” e “strano, ma vero, in tutte le pagine della Costituzione Europea (più di 400) mai una volta si faceva il minimo accenno alla parola «cristiano», a incominciare dal discusso Preambolo”.Segno profetico. Già Romano Guardini, teologo e scrittore italiano, “nella sua critica dell’epoca moderna, parlava di «peccato di slealtà» della nostra epoca: pressappoco simile a quello del contadino che pretende di tenere i frutti dell’albero, tagliando al tempo stesso le radici dell’albero come dannose perché occuperebbero inutilmente spazio”. “C’è come un «odio, un disprezzo di sé» della cultura occidentale che è strano”, spiega il vescovo: “L’Occidente tenta sì di aprirsi a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua storia vede ormai soltanto ciò che è deprecabile, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro”. Conclude mons. Caprioli: “È noto, per chi non vuole perdere la memoria, che tanti valori che oggi sono qualificati come civili, moderni, comuni, sono il frutto di una tradizione e cultura cristiana. È perciò da mettere in particolare rilievo anzitutto il peso sociale che assume la vita complessiva delle comunità cristiane. All’interno della società civile caratterizzata dalla frammentazione e dai particolarismi, le comunità cristiane – si dovrebbe dire «cattoliche» cioè universali nel senso più alto del termine – sono chiamate a essere quasi segno profetico di quella convivenza umana e fraterna che costituisce il termine ideale di ogni società umana”.