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La volontà degli europei di avere un destino comune
Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, all’apertura del Meeting “Religioni e culture in dialogo”, sul tema “A settant’anni dallo scoppio della Seconda guerra mondiale” (Cracovia, 6-8 settembre).L’orrore della guerra é la più grande lezione al nostro tempo. Una lezione da meditare. La guerra è la morte di tutto quello che unisce i popoli, divenuti nemici. Ma, dall’abisso della guerra e dal ripudio di essa, è nato o rinato l’umanesimo del nostro tempo, capace – come ha detto Benedetto XVI – di realizzare “una cultura e uno stile di vita improntati all’amore, alla solidarietà e alla stima per l’altro”. Dalla guerra é nata la volontà degli europei di avere un destino comune, mai più in guerra tra loro. Dal crogiuolo della guerra sono rinate le idee di libertà, che hanno portato alla fine del colonialismo; che hanno liberato l’Est europeo dopo l’inverno di quasi mezzo secolo di comunismo. Nessuna cultura politica, nessuna visione del futuro, nessun umanesimo, possono dimenticare il crogiuolo del fuoco che fu la seconda guerra mondiale. Un’umanità smemorata produce politiche inconsistenti effimere, senza futuro, prigioniere dei fuochi d’artificio del mondo mediatico. Gli uomini e le donne, che hanno sofferto nella guerra, sono spesso maestri e testimoni della pace come ricerca di quel che unisce i popoli. Un figlio della guerra fu Giovanni Paolo II, nato nel 1920. Lui, scampato da tanto male, sentiva la responsabilità di dire l’orrore della guerra: di dire il comune destino dell’umanità che è la pace, non la sopraffazione degli uni sugli altri.La forza dei mediocri e dei miopi è ridicolizzare e sminuzzare le visioni dei grandi. Ridevano di Giovanni Paolo II, quando parlava di Europa dall’Atlantico agli Urali durante la guerra fredda, per restare poi attoniti nel ’89. Giovanni Paolo II fu un grande credente. Per tanti di noi è stato un santo. Non un relativista irenico, ma un roccioso credente che ha creduto che il dialogo fosse indispensabile per la pace: per creare una civiltà del vivere insieme.Il nostro mondo ha perso troppo la passione per l’unità. Lo si vede nello scetticismo verso l’Europa. Lo si vede nel culto delle patrie locali o nella risorgenza dei nazionalismi. Lo si vede nella diffidenza allo straniero come fosse una minaccia. La caduta della passione per l’unità si manifesta nella poca preoccupazione per l’unità dei cristiani, quale la sentirono grandi come Paolo VI, il patriarca ecumenico Athenagoras, il metropolita russo Nikodim. Il mondo globalizzato, senza ricerca dell’unità, impazzisce e si frammenta pericolosamente.Nell’appagamento di sé e del proprio piccolo mondo (anche religioso), nella poca profondità spirituale, si spengono le passioni di unità. Il fondamentalismo legittima il disprezzo per gli altri, nell’autosufficienza aggressiva. S’incrina la passione per il dialogo. Si rinuncia a un’arte necessaria nel mondo contemporaneo, dove gente diversa coabita insieme, dove nessun paese è autosufficiente. Senza il dialogo è difficile vivere nel mondo quotidiano, come sugli scenari del grande mondo. Un mondo globalizzato, nelle sue infinite sfaccettature, ha bisogno di unità… Il dialogo è la tessitura paziente di un’umanità divisa, capace di ricucire i destini dei popoli. Rivela quel mistero di unità che si cela dietro le vicende complesse del mondo globalizzato. Il dialogo è la medicina che libera dai demoni dell’odio, del disprezzo, della guerra.