ISLANDA
Il “sogno” di un vescovo per una Chiesa che non sia più di stranieri
Impiantare un monastero benedettino nel “fiordo delle balene”: è il sogno di mons. Pierre Bürcher, già vescovo ausiliare di Losanna, Ginevra e Friburgo; dal dicembre 2007 alla guida della comunità cattolica d’Islanda. In un reportage per l’agenzia Kipa-Apic, intitolato “Un vescovo svizzero ai confini del circolo polare artico”, il direttore Jacques Berset traccia un ritratto a tutto tondo della comunità cattolica islandese, piccola (circa 10mila fedeli per lo più stranieri, sparsi su un territorio di 100mila chilometri quadrati) ma vivace, ancorché povera di vocazioni indigene. Ritrovare le radici cristiane. Il cattolicesimo è stato introdotto pacificamente nell’isola verso l’anno mille. Prima della Riforma l’Islanda contava una decina di monasteri agostiniani e benedettini: centri di cultura, spiega Berset, “nei quali l’alfabeto latino aveva sostituito l’antica scrittura runica, e che furono aboliti con la riforma luterana brutalmente imposta agli islandesi nel XVI secolo dal re di Danimarca Cristiano III”. Agli occhi di mons. Bürcher l’instaurazione di un monastero benedettino costituirebbe “un apporto vitale all’attuale situazione dell’Islanda” e potrebbe giocare “un ruolo culturale di primo piano”. “Il Paese – afferma – deve ritrovare i suoi autentici valori e le sue radici cristiane. A seguito del boom economico di questi ultimi anni, per il quale meno del 10% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà, questi valori sono stati un po’ dimenticati. Ciò è avvenuto prima del crollo della Borsa e della profonda crisi economica e sociale seguitane”. Ora, prosegue il vescovo, “la gente si trova ad affrontare questioni vitali. Bisogna che l’Islanda abbia la possibilità di scegliere, come ha fatto nell’anno mille, il cristianesimo vivo e vissuto”. Un’alternativa al consumismo. Mons. Bürcher e i suoi collaboratori hanno già intrapreso i primi passi per ottenere un terreno: “si potrebbe iniziare con poco, ad esempio con tre monaci” dice il vescovo che ha già avviato alcuni contatti con monasteri svizzeri e tedeschi. “L’evangelizzazione deve essere progressiva – avverte – e deve tenere conto delle particolari condizioni dell’Islanda”; Paese “ad una svolta: la gente è alla ricerca di nuovi valori e la Chiesa può offrirle alternative al consumismo che ha soggiogato molte persone”. Mancano purtroppo le vocazioni sacerdotali locali: oltre ad un seminarista della parte orientale dell’isola, studente di teologia a Roma, altri due giovani mostrano interesse alla vocazione, “ma per uno occorre attendere ancora un anno” precisa mons. Bürcher. Sui sei vescovi susseguitisi dalla reintroduzione della Chiesa cattolica nella seconda metà dell’Ottocento, solo uno era di nativo dell’isola. Si tratta di mons. Jóhannes Gunnarsson, vicario apostolico dal 1942 al 1967, prima della fondazione della diocesi di Reykjavik avvenuta nel 1968, che ha in qualche modo segnato il traguardo di un lungo e laborioso processo di rinascita, durante il quale il cattolicesimo veniva predicato in danese – lingua dei colonizzatori – e pertanto, almeno fino alla fine del XIX secolo, era difficilmente accolto. Occorrono “vocazioni locali”. Per mons. Bürcher la priorità è “formare vocazioni locali per non essere più una Chiesa di stranieri”. In tutta la diocesi oggi si contano 36 religiose, spiega Berset. La comunità più recente e più giovane è l’Istituto delle Serve del Signore e della Vergine di Matara, una congregazione di origine argentina con quattro suore: tre argentine e una brasiliana. L’Istituto si trova a Hafnarfjördur, accanto al carmelo che accoglie undici religiose polacche, presenti da 25 anni senza mai avere avuto una vocazione indigena. Anche fra le sei sorelle della Carità di Madre Teresa a Reykjavik vi sono quattro polacche, un’africana e una filippina. Analoga la situazione dei preti, 17 in tutto, uno solo dei quali, l’abate Hjalti Thorkelsson, è di origine islandese. I preti e il personale laico in servizio presso le cinque parrocchie della diocesi sono in carico al vescovo che sottolinea la difficoltà legata alle distanze (i fedeli sono sparsi su un territorio che è due volte e mezzo la Svizzera, con strade non sempre asfaltate e spesso bloccate durante l’inverno da tempeste di neve) e alla lingua. Le comunità cattoliche in Islanda sono per lo più composte da polacchi, cui seguono i filippini, i lituani e i latinoamericani. Gli islandesi costituiscono una piccola minoranza. “Essi – spiega mons. Bürcher – sono molto indulgenti con gli stranieri che tentano di parlare la loro lingua ma, al tempo stesso, sono molto esigenti perché conoscono l’importanza che essa ha avuto per la storia nazionale. Si tratta di un popolo che ha molti poeti e che i lungi inverni incoraggiano alla lettura e alla scrittura. Grazie all’isolamento del Paese la lingua è rimasta molto pura”. Nella cattedrale di Cristo re di Landakot a Reykjavik, la liturgia viene celebrata in diverse lingue: il sabato sera in islandese, la domenica mattina il islandese e in latino; il pomeriggio in polacco mentre l’inglese è la lingua della messa vespertina. Ma non mancano messe in francese, italiano, spagnolo e lituano.