RASSEGNA DELLE IDEE
Un articolo sulla rivista italiana Studium
“Sarebbe certo antistorico fare di Dante un precursore dell’unità europea quale si viene configurando ai nostri giorni”, ma certamente nel suo pensiero e nella sua poesia sono presenti “prodromi anche lontani dell’eruropeismo, non come progetto politico, ma come coscienza di una comune patria ideale”. Ad affermarlo è lo storico della letteratura Mario Scotti (1930 – 2008) in un contributo inedito del 2003, pubblicato sull’ultimo numero (3/2009) della rivista italiana di cultura Studium.Popoli legati da una medesima civiltà. Secondo Scotti, il poeta fiorentino Dante Alighieri (1265 – 1321), considerato il “padre della lingua italiana” e autore, tra l’altro, della Divina Commedia, ha una visione etico-politica che “travalica l’ambito del comune natio, per allargarsi all’Italia, non vista come organismo unitario dall’autonoma struttura, e sfociare nell’idea dell’Impero, potere sacrale concesso da Dio ai romani e perpetrato nella monarchia carolingia e poi in quella germanica”. Un impero che Dante vede dilaniato dalle lotte tra poteri politico e religioso e dallo scontro tra angioini e svevi, in un momento storico particolarmente drammatico, caratterizzato dallo “asservimento della Chiesa alla Francia”. Gli obiettivi della sferzante polemica dell’Alighieri, sottolinea Scotti, “non sono circoscritti a Firenze o alla Toscana, all’Italia o a una singola nazione europea, ma travalicano questi confini per rivolgersi a popoli diversi variamente legati da una medesima civiltà e da una continuità di scambi: l’insieme delle loro terre si identifica più o meno con l’Europa”. Ad essa, prosegue lo studioso, “non molti ma significativi riferimenti s’incontrano nella Divina Commedia”.Un’unica nazione. “In quanto all’estensione del territorio nel Paradiso sono indicati i termini orientale e occidentale – osserva ancora Scotti -. Il primo costituito dai monti della Troade ‘lo stremo d’Europa’”; l’altro “dalle coste atlantiche della Castiglia”, e “più volte nel poema vi è l’accenno al Mediterraneo, confine tra l’Europa e il continente africano”. L’ecumene cristiano si inscrive per Dante “all’incirca in questi confini” nota lo studioso richiamando la dantesca civitas christiana. Certo, precisa, “la concezione politica dantesca dell’unificarsi delle nazioni europee nell’Impero differisce dall’odierna, che punta al confederarsi e unificarsi di tali nazioni in un’unica nazione, nell’idea dell’origine del potere, allora inteso come segno di metafisica investitura ed oggi come delega dei popoli effettivi soggetti e non oggetti di diritto”. Altro punto significativo della riflessione politica di Dante, “cui può idealmente congiungersi uno degli spiriti animatori della contemporanea civiltà europea, è quello riguardante i limiti che il potere imperiale non può travalicare” afferma ancora Scotti: una legge “fatta risalire all’ordine universale, alla legge imposta da Dio a tutta la natura”. “Questa disponibilità a riconoscere il valore di esperienze maturate fuori dell’ambito del cristianesimo, ma naturaliter christianae, s’incontra con la disponibilità di cui lo spirito liberale ai nostri giorni pervade la cultura e la politica europee. Che potranno ben riconoscersi in questa eredità, oltre la professione di fede religiosa o di laicismo”. Orizzonte culturale “europeo”. Anche “l’orizzonte culturale di Dante” è, secondo lo storico della letteratura, “d’ambito europeo” e “non si inscrive in quelli che saranno i confini di una singola nazione del continente”. E ciò, sia in relazione alla sua esperienza di poeta lirico, sia per quanto riguarda il suo “interesse di storico, non curioso spettatore ma risentito giudice di vicende e protagonisti del suo tempo o del passato, e il suo interesse di teologo e filosofo”. “Nella duplice corona di sapienti che il poeta immagina fare cerchio intorno a lui e a Beatrice nel cielo del sole” sono affiancati “mistici e razionalisti, umili frati e dotti maestri” vissuti in un arco di tempo che va dal IV all’XIII secolo e provenienti da diversi Paesi d’Europa. Da Paolo Orosio a Severino Boezio e Beda Venerabile. Molti esercitarono il proprio magistero “in luoghi diversi e lontani da quelli della loro nascita”: il tedesco Alberto Magno, maestro a Colonia e a Parigi; gli italiani Tommaso d’Aquino, anch’egli maestro a Parigi, e Pietro Lombardo, maestro di teologia e poi vescovo di Parigi; l’agostiniano scozzese Riccardo di San Vittore che prese il nome dall’abbazia parigina di Saint Victor, dove visse anche il teologo fiammingo Ugo. Per Scotti “quasi due estremi di questa geografia culturale possono apparire da un lato il paese dell’estremo sud d’Italia, Fiore, dove predicava la sua apocalisse ‘il calabrese abate Gioacchino di profetico spirito dotato’; dall’altro la parigina Sorbonne evocata come luogo di insegnamento di Sigieri di Brabante. “La prospettiva di un’unitaria cultura europea”, conclude lo studioso, appare qui, “nel fascino della poesia, come una realtà già tutta dispiegata”.