PARROCCHIE D'EUROPA
Dal Colloquio tenutosi in Belgio (5-10 luglio)
La capacità della fede di “generare futuro” è “la sfida più impegnativa con la quale il cristianesimo europeo è oggi chiamato a confrontarsi”. Da questa premessa ha preso il via la 25 ª edizione del Colloquio europeo delle parrocchie (Cep), tenutasi nei giorni scorsi a Mons, in Belgio, sul tema “Perché trasmettere la fede? Sedotti da Dio, affascinati dal Vangelo”. Nato nel 1961 per iniziativa di due parroci, uno francese e uno tedesco, il Colloquio europeo delle parrocchie – appuntamento a cadenza biennale – ha lo scopo di fare incontrare i cristiani di ogni regione e confessione del Vecchio continente e di rafforzare la parrocchia, struttura attraverso la quale il cristianesimo è presente e radicato nella vita quotidiana delle persone. Quasi 200 i partecipanti, provenienti da otto Paesi dell’Europa occidentale e da sette dell’Europa dell’est. La necessità della missione. Secondo H. Windisch, docente di teologia pastorale alla Facoltà di teologia di Friburgo (Germania), “la trasmissione della fede non va più da sé” perché “nelle nostre società europee non è più normale essere credenti” e “ci mancano gli strumenti necessari per consegnare alle giovani generazioni” sia “ciò che abbiamo vissuto come esperienza di fede”, sia “le conoscenza che la riflessione cristiana ha saputo elaborare” lungo i secoli. Di qui la necessità di “assumere in modo esplicito e voluto il concetto di missione come figura della fede del nostro tempo”. Oggi, sottolinea il teologo, “la missione non è più soltanto al di fuori della chiesa, ma anche al suo interno”. “La nostra società è tutt’altro che secolarizzata” ha osservato da parte sua Klaus Vellguth, docente di missiologia presso la Facoltà teologica di Vallendar (Germania), richiamando la ricerca Religionsmonitor 2008 secondo la quale, ancorché con modalità diverse, “la domanda e la ricerca di religioso sono ancora molto diffuse in Europa” e continuano a costituire “un fondamentale dell’identità umana, cui ogni persona tenta di dare risposta”. Per lo studioso le difficoltà sono costituite dall’inadeguatezza dei “dispositivi comunicativi attualmente utilizzati dalle istituzioni ecclesiali cristiane” che “non riescono ad intercettare se non in minima parte questa domanda”. Di qui l’urgenza di individuare “forme e linguaggi nuovi” per l’annuncio.Il “sacerdozio battesimale”. L’importanza di “riconoscere il primato dello Spirito Santo nell’esercizio della trasmissione della fede” perché “lo Spirito precede ed eccede qualsiasi pratica di annuncio”, è stata sottolineata da padre André Fossion, gesuita belga direttore dell’istituto Lumen vitae di Bruxelles. Da curare, secondo il religioso, “contenuto e stile evangelico” di questo annuncio, privilegiando “la testimonianza” e “l’atteggiamento diaconale nei confronti dell’uomo”. Stijn van den Bossche, docente di teologia all’Università di Lovanio (Belgio), ha notato che è proprio la “vocazione cristiana” il punto di partenza di ogni annuncio della fede: “una vocazione riconosciuta in primo luogo nel suo tratto di santità, ossia il sacerdozio battesimale che fa di ogni cristiano un profeta”. In tale prospettiva anche la vocazione al matrimonio, se “vissuta alla luce dell’amore di Cristo e dei tratti che questo amore assume”, possiede una forte valenza evangelizzatrice. In questo orizzonte, ha aggiunto un altro teologo della medesima università, Paul Scolas, “è possibile assumere come strumento per la trasmissione della fede la stessa storia cristiana, terreno sul quale” gli uomini del nostro tempo “possono trovare punti di aggancio e intersezione” con le loro vicende personali e la loro “ricerca di senso”.In prima persona. Dal confronto fra le diverse esperienze di annuncio presentate al Colloquio di Mons è emersa l’importanza di una comunità cristiana chiamata a farsi carico in prima persona della trasmissione della fede alle nuove generazioni, rimodulando la “delega in bianco” rilasciata ai genitori spesso “poco attrezzati” di fronte a un compito così impegnativo. Occorre “un nuovo modo di guardare ai giovani” è stato detto. Due, in particolare, i riferimenti concreti: gli incontri di Taizé, che sanno “percorrere le vie del fascino tipiche del linguaggio liturgico” per poi “abitare con i giovani il linguaggio della nostra memoria”, e l’esperienza delle “Scuole della Parola” del card. Carlo Maria Martini a Milano, che si muovono sulla linea “dell’esperienza di fede raccontata dalle Scritture”. Non si può prescindere, hanno inoltre sottolineato i partecipanti al Colloquio, dal confronto con l’universo islamico che richiede, al tempo stesso, la ricerca di “nuove vie attraverso cui costruire percorsi di dialogo che tengano conto della capacità di conoscenza, stima e rispetto reciproci”, oltre a un sempre maggiore approfondimento della propria fede “per essere pronti a darne ragione non in modo rigido e impaurito”, ma sereno e aperto all’ascolto dell’altro.