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Si può farne a meno?

Europa e cristianesimo: urgono un dibattito e una riflessione leali e approfonditi

L’inserimento nel Trattato di Lisbona di un riferimento alla tradizione religiosa, in particolare cristiana ed ebraica, che ha influenzato la cultura e la storia europea: a quasi due anni di distanza dalla sigla del Trattato, firmato nel 2007 dai 27 membri dell’Unione europea, il gruppo di lavoro scientifico della Conferenza episcopale tedesca ha organizzato nei giorni scorsi a Colonia un convegno sul tema “Le radici religiose europee nell’Unione europea”. Vi ha partecipato anche mons. Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa, il quale ha scritto per SIR Europa questa nota.Il fatto che storicamente esista un legame intrinseco e inscindibile tra Europa e Cristianesimo mi sembra talmente chiaro da non aver bisogno di una particolare ulteriore dimostrazione o testimonianza o apologia. Al riguardo esiste una sconfinata bibliografia. Senza cristianesimo non sarebbe comprensibile alcuna pagina della storia dell’Europa degli ultimi due millenni: non sarebbero comprensibili non solo la religiosità dell’uomo europeo, ma le stesse istituzioni politiche, i suoi modi di vivere, l’etica, l’arte, la cultura. Ma ciò che oggi sembra mancante e urgente é una riflessione e un dibattito approfonditi sui contenuti del Cristianesimo. Il cristianesimo é “interessante e decisivo” per l’Europa non solo perché appartiene all’identità dell’Europa, ma perché ha qualcosa di veramente originale e unico da donare al nostro continente. Il vangelo é una novità per l’Europa perché conosce delle risposte a molte delle sue domande e sfide. L’uomo è alla ricerca di Dio, di verità, anche se nel ‘mercato europeo’ esistono persone che considerano il problema con disprezzo o quanto meno con indifferenza. Il dibattito di questi anni su un riferimento a Dio o alle radici cristiane nel trattato europeo (di Lisbona) è stato particolarmente animato, interessante ma anche doloroso. Sul preambolo si è trovato un consenso per l’inserimento dell’aggettivo ‘religioso’: ma ciò resta un consenso su il minimo comun denominatore. Si può accettare che l’Europa abbia radici religiose anonime, ma niente di più? Invece di tentare una via per ottenere un consenso su un minimo comun denominatore, sarebbe ora di puntare ad un accordo sul massimo. Il nostro mondo è caratterizzato da un’enorme riduzione degli spazi; ciò richiede di ripensare in modo nuovo le relazioni col prossimo e le differenze di cultura, razza e religione. Se non scopriamo il segreto della fratellanza, ossia di quella dimensione in cui tutti noi sappiamo di appartenere ad una famiglia universale, il nostro futuro sarà caratterizzato da scontri economici, politici e culturali. Quando in Europa si parla di valori, siamo concordi sull’elaborazione di una lista di valori. Resta però aperta la questione del fondamento, del contenuto e dell’interpretazione di questi valori. Nel nome dello stesso valore possono essere rappresentate posizioni opposte. Ci attende un importante compito: quello di dare nuovamente un contenuto ai concetti. Abbiamo bisogno di un bene che consenta la convivenza tra popoli, culture, gruppi di popoli, religioni. L’Unione europea è cresciuta e in realtà nessuno sa con sicurezza quali siano i suoi confini. Pensiamo alle discussioni sull’eventuale ingresso della Turchia e alle relazioni dell’unione europea con i nuovi vicini: dalla Russia ai Paesi baltici, dal Nordafrica a Israele. Parlare di confini significa anche interrogarsi sulle relazioni tra Europa e gli altri continenti. I Cristiani non auspicano tanto un’Europa come fortificazione chiusa nel suo benessere. Ciò che i cristiani hanno davvero a cuore è la fratellanza universale e non il benessere di un singolo continente. È urgente approfondire questo senso di appartenenza alla famiglia universale del Cristianesimo, in modo da correggere le tendenze nazionalistiche e dare in tal modo una risposta alle sfide della globalizzazione e della pace.