VOCAZIONI IN EUROPA
Ccee: orizzonti e scenari d’impegno
“È urgente risvegliare in tutta Europa la coscienza dell’essere chiamati”; occorre essere “seminatori di speranza”, soprattutto con i giovani, e serve “più coraggio vocazionale da parte dei preti, primi testimoni di quanto propongono”. Ne è convinto mons. Wojciech Polak, vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Gniezno (Polonia), presidente del Servizio europeo per le vocazioni (EVS) e vescovo delegato del Ccee per le vocazioni, incontrato il 4 luglio a Roma per SIR Europa da Giovanna Pasqualin Traversa, subito dopo l’udienza che Benedetto XVI ha concesso ai partecipanti al convegno europeo sulla pastorale vocazionale. Tema dell’incontro, che ha riunito 90 delegati in rappresentanza di 23 Paesi del Vecchio Continente e si è chiuso il 5 luglio: “Seminatori del Vangelo della vocazione: una Parola che chiama e invia”. Quale “geografia vocazionale” è emersa dal convegno?“Il quadro delineato dalle testimonianze e dai contributi dei delegati presenti è molto variegato. Ogni Paese costituisce una specifica situazione, legata alla diversa condizione della Chiesa locale. Abbiamo tuttavia compreso, soprattutto dopo gli interventi del teologo/sociologo austriaco Paul Zulehner e dello psicologo/formatore italiano Amedeo Cencini, che le difficoltà vissute oggi dagli uomini in Europa costituiscono per noi delle sfide e ci chiamano ad avvicinarci alle loro situazioni concrete. È urgente risvegliare in tutta Europa la coscienza dell’essere chiamati: Zulehner ha parlato di ‘vocazioni dormienti’ che non sfociano poi nel sacerdozio o nella vita consacrata. È importante che esse ci siano; sta a noi Chiesa intercettarle e accompagnarle in un tempo in cui è molto diffuso il timore di assecondare la propria vocazione assumendosi la responsabilità e l’impegno che ne conseguono, e non solo nella Chiesa ma anche a livello familiare e professionale”. Come intervenire, pur nella diversità delle situazioni?“Confrontando il lavoro quotidiano nei nostri diversi centri pastorali ci accorgiamo, ad esempio, che in Polonia le vocazioni sacerdotali sono in ripresa – i seminaristi sono attualmente una trentina – mentre nei Paesi scandinavi si registra un grande risveglio della vita contemplativa. Occorre anzitutto rilanciare il Vangelo della vocazione, come ha affermato la biblista Rosanna Virgili: il Signore chiama ogni uomo, ciascuno all’interno della sua condizione e nei suoi luoghi di vita quotidiana: è nostro compito avvicinarci senza timore a questi luoghi”.Ai nostri giorni, ha osservato padre Cencini, manca spesso il coraggio della proposta, si è reticenti per il “timore” di turbare le coscienze…“Sì, questo mi ha colpito molto ed è legato all’identità e all’autoformazione di chi deve proporre questo annuncio. Occorre maggiore coraggio vocazionale da parte dei preti: dobbiamo essere noi i primi testimoni di quanto annunciamo, anche se a volte ci costa”.Oggi avete incontrato il Papa. Quale messaggio vi ha consegnato? “Alla parabola del seminatore, che abbiamo scelto come tema del nostro incontro, Benedetto XVI ha aggiunto quella del chicco di grano che solo morendo produce frutto, e ci ha chiamato alla logica di fecondità che secondo il Papa deve essere la cifra della pastorale delle vocazioni. Sottolineando che l’animatore vocazionale deve saper rinunciare a se stesso per fare la volontà del padre, Benedetto XVI ci chiede di essere più autentici, più cristiani, più convinti della nostra vocazione per proporla agli altri”.Il Papa vi ha chiesto anche di essere “seminatori di fiducia e di speranza”…“La parola del Signore che chiama e invia è sempre una parola di speranza. L’amore di Cristo per l’uomo fino alla morte di croce è la vera grande speranza che dobbiamo portare agli altri – essere cristiani implica questa responsabilità cui nessuno può sottrarsi – e della quale dobbiamo essere credibili testimoni, in particolare per i giovani spesso in preda allo smarrimento. Ogni animatore vocazionale, in quanto annunciatore di una bella notizia, non può non essere un uomo di speranza”.L’Anno Paolino appena conclusosi e l’inizio dell’Anno Sacerdotale: quali sollecitazioni per l’impegno vocazionale?“Penso alle due ‘icone’ di questi eventi. Paolo, forte evangelizzatore, simbolo del coraggio dell’annuncio in qualsiasi condizione e capace di suscitare numerose vocazioni, e il Santo Curato d’Ars, modello di identità sacerdotale riconsegnatoci anche oggi da Benedetto XVI attraverso la sua ‘via umile’ che il Papa sintetizza in cinque parole: testimonianza, comunione, quotidianità, ascolto e verità. Parole chiave anche per ognuno di noi, nelle nostre distinte realtà geografiche, sociali e culturali”.Quale, allora, l’impegno prioritario?“Oggi tutta la pastorale deve avere una direzione vocazionale, e non solo per il sacerdozio o la vita consacrata, e deve porsi in dialogo con i cambiamenti culturali, con la cosiddetta rivoluzione antropologica di questi ultimi anni. A sua volta la pastorale vocazionale deve essere ripensata in senso missionario: questo, oltretutto, è forse il modo più autentico di annunciare la fede nell’Europa di oggi”.