RASSEGNA DELLE IDEE

Le tre lettere

Gli scritti di mons. Luigi Padovese ucciso in Turchia

Vivere e pensare da cristiani in un mondo non cristiano (ottobre 2005), “Siate sempre pronti a testimoniare la speranza che é in voi” (2006-2007), e “Siamo successori di Paolo e dei primi cristiani” (2007-2008): sono le tre lettere pastorali che mons. Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia, ha lasciato ai fedeli prima della sua uccisione avvenuta il 3 giugno a Iskenderun per mano del suo autista. Un “martire”, è stato scritto, ma “martire” mons. Padovese lo era già, se a questa parola gli si dà il suo vero accento e significato, quello cioè di “testimone”. Mons. Padovese è stato un “martire”, perché ha testimoniato Cristo con la vita così come traspare anche dalle sue lettere che SIR Europa ripropone in alcuni passaggi, a circa un mese dalla sua morte ed in vista della festa dei Santi patroni di Roma, Pietro e Paolo, del 29 giugno, che vedrà la visita in Vaticano di una delegazione del patriarcato ecumenico di Costantinopoli.“Vivere e pensare da cristiani in un mondo non cristiano” (ottobre 2005). “Tra tutti i Paesi di antica tradizione cristiana, nessuno ha avuto tanti martiri come la Turchia. La terra che noi calpestiamo é stata lavata con il sangue di tanti martiri che hanno scelto di morire per Cristo anziché rinnegarlo… Cari fratelli, a noi non é forse chiesto di testimoniare la nostra fede sino al martirio, ma é pur vero che ci é chiesto di testimoniarla… Sappiamo tutti che nel nostro Paese non é sempre facile manifestare la nostra identità cristiana. Siamo condizionati dall’ambiente: a volte abbiamo addirittura paura di dire quello che siamo per le conseguenze sociali che potrebbero derivarne… Sono migliaia i martiri della nostra amata terra di Turchia. Essi ci invitano a essere coscienti e felici della nostra identità cristiana… Noi tutti viviamo qui in una situazione di minoranza rispetto ai nostri fratelli musulmani. Io vi invito a guardare a questa situazione come un’occasione per diventare sempre più coscienti della nostra fede. In Paesi dove la maggioranza é cristiana, é più grande il rischio di dirsi cristiani senza esserlo. Qui da noi dobbiamo esserlo e mostrare di esserlo. Il nostro impegno non é convertire altri alla nostra fede ma parlare con la vita più che con le parole”.“Siate sempre pronti a testimoniare la speranza che é in voi” (2006-2007). “Avete tutti saputo delle difficoltà che la nostra Chiesa di Anatolia ha vissuto quest’anno: l’assassinio di don Andrea Santoro a Trabzon, il ferimento di p. Pierre Brunissen a Samsun, le minacce ai padri di Mersin, la chiusura della chiesa di Adana, il persistente atteggiamento ostile che nei nostri confronti si nota in certa stampa locale. Dinanzi a queste situazioni, la tentazione é quella di chiudersi nell’anonimato, di confondersi tra gli altri per paura, per opportunismo, spesso – purtroppo – soltanto per necessità di sopravvivenza economica. È abbastanza normale in questa situazione cedere allo scoraggiamento ed alla rassegnazione e vi confesso che pure io ho avvertito questa tentazione… Ma che cosa fare? Anzitutto prendere coscienza che in tutte queste vicende, c’é un senso che va scoperto. Dio ci parla non soltanto attraverso la Bibbia, ma anche attraverso gli eventi e le persone. Ad esempio, che cosa ci dice il Signore con la morte di don Andrea? Ci ricorda che essere discepoli di Gesù in questo mondo non é facile, anzi, può essere addirittura rischioso. Non é forse vero che anche oggi si ripete quanto Gesù ha predetto e poi personalmente sperimentato ‘verrà un momento in cui vi uccideranno pensando di fare cosa gradita a Dio’?… Il sacrificio di questo sacerdote é pertanto un invito a ravvivare la nostra identità di cristiani… Non ci chiamiamo cristiani soltanto in alcune ore del giorno, ma sempre”. “Siamo Successori di Paolo e dei primi cristiani” (2007-2008). “Ormai sono quasi tre anni da quando la Provvidenza mi ha inviato tra di voi. Non posso dirvi che sono stati anni facili. Tante preoccupazioni e problemi mi hanno spesso tolto la tranquillità e come Pietro in mezzo al mare, ho chiesto al Signore: ‘Aiutami, perché sto affondando’. Nonostante tutto, posso dirvi che sono felice di essere con voi e ringrazio Dio del privilegio di far parte della nostra Chiesa di Anatolia. Le difficoltà che ho sperimentato erano forse una prova per vedere se veramente amo questa nostra comunità… Permettete che richiami una difficoltà che a volte mi crea tristezza: l’impressione che la nostra fede sia convenzionale, manchi di un approfondimento e si esprima in una partecipazione ridotta alla preghiera comunitaria, soprattutto la domenica. Molti di voi appartengono a famiglie che hanno avuto il coraggio di rimanere cristiane, nonostante le pressioni esterne contrarie. Sapete bene che nel secolo scorso in questa nostra Turchia, diversi cristiani per necessità o per convenienza, ma certo non volentieri, hanno rinunciato alla loro fede o l’hanno nascosta. Sono ancora centinaia di migliaia i discendenti di queste famiglie antico-cristiane e con piacere noto che, di tanto in tanto, qualcuno occasionalmente si richiama alla fede dei propri genitori o nonni… La fede trasmessa da quanti ci hanno preceduto non è come un quadro antico che conserviamo nelle nostre case, ma è un dono di Dio che non vive senza la nostra collaborazione”.