CATTOLICI IN EUROPA

Nel segno dei padri

Incontro con mons. Aldo Giordano osservatore della Santa Sede al CdE

La costruzione della “casa comune”, l’eredità consegnataci dai “padri dell’integrazione”, fra cui il francese Robert Schuman; e, ancora, alcuni argomenti di stringente attualità, fra cui la situazione dei Paesi dell’Europa orientale dopo l’adesione all’Unione europea e il prossimo pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo sulla esposizione del crocifisso nel luoghi pubblici. Gianni Borsa, per SIR Europa, ne ha parlato con mons. Aldo Giordano, Osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d’Europa dal 2008. Il punto di partenza è il 60° anniversario della Dichiarazione Schuman con la quale, nel 1950, prese avvio il cammino della Comunità europea.Mons. Giordano, lei ha avuto varie occasioni quest’anno di confrontarsi con la figura e il pensiero di Schuman, cattolico, ministro degli esteri francese che, assieme all’italiano De Gasperi e al tedesco Adenauer, è considerato uno degli ispiratori dell’integrazione. Su quali elementi si fondava il suo progetto politico? “Schuman aveva intravisto, all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale, la necessità e la possibilità di avviare un processo di unificazione europea che avesse quale obiettivo principale la pace e si è adoperato in questa direzione. Egli era convinto, in particolare, che occorresse partire dalla riconciliazione tra Francia e Germania, che a lungo erano stati i due contendenti principali nel cuore dell’Europa. La strada che Schuman riteneva concretamente percorribile in tale direzione era la realizzazione di una ‘solidarietà di fatto’ che prendesse avvio dall’economia, per poi realizzare una stabilità politica che ponesse il continente al riparo da nuove guerre, distruzioni e lutti”.Da qui la sua preoccupazione, ben espressa nella Dichiarazione del 9 maggio 1950: “La pace ha bisogno di sforzi creatori che siamo all’altezza dei pericoli che la minacciano”… “Esatto. D’altro canto egli sapeva bene che né l’unità europea né la pace e la collaborazione tra i diversi Paesi si sarebbero costruite in un sol colpo, con la bacchetta magica. La sua era una visione basata sui piccoli passi. Mi pare che qui si incontrino l’audace visione politica del ministro con la sua capacità di realismo e di concretezza”. L’Europa nel 1945 era stata divisa in due: Schuman e gli altri “artigiani dell’integrazione” guardavano anche oltre la Cortina di ferro? E al resto del mondo?“Schuman aveva ben presente il nodo della divisione tra Europa orientale e occidentale; e considerava anche con estrema attenzione i rapporti tra Europa e resto del mondo, con uno sguardo specifico al continente africano e alle sue grandi necessità materiali”. Soffermiamoci sui Paesi dell’est: l’allargamento del 2004 e del 2007 si può ritenere un successo pieno?“I Paesi dell’est hanno a mio avviso la sensazione che diritti e giustizia siano problemi ancora aperti a casa loro. Inoltre, in molti cittadini è presente un’inquietudine diffusa circa il rispetto dei valori e delle tradizioni che sono tipiche di quei Paesi, minacciati – questa è l’impressione – dalla modernità occidentale, dalla cultura e da stili di vita secolarizzati. In questo senso l’allargamento dell’Ue verso oriente ha suscitato e continua ad alimentare sospetti e timori”.Ma secondo lei, le intuizioni di Schuman e dei “padri” dell’Europa sono ancora attuali o vanno considerate superate?“C’è una forte attualità del metodo, definito ‘funzionalista’, e del pensiero di Schuman che dovremmo tener presenti anche nella nostra epoca. L’Ue di oggi non è direttamente minacciata da nuove guerre, ma da innumerevoli e multiformi sfide e pericoli: la crisi finanziaria e occupazionale, il terrorismo, il nucleare, la questione energetica e quella ambientale, l’invecchiamento della popolazione, le migrazioni… Nella sua dichiarazione Schuman parla della necessità di creare, come s’è detto, una ‘solidarietà di fatto’: dietro questa formula egli forse intravvedeva un più ampio senso cristiano della fraternità e della condivisione. In qualche modo è un concetto che ritroviamo nella Caritas in Veritate di Benedetto XVI, quando il Papa parla del principio di gratuità e di logica del dono che possono aiutare ad affrontare le sfide del nostro tempo”.Il 30 giugno si svolgerà presso la Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo una udienza relativa al procedimento sulla esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche. Dopo la sentenza del 3 novembre 2009 e l’accettazione del ricorso, cosa ci si può attendere?“Auspichiamo ora una nuova sentenza, illuminata, fondata sul principio di sussidiarietà e rispettosa della diversità culturale dei vari Paesi europei. Una sentenza di questo tipo rappresenterebbe un importante contributo per suscitare la fiducia dei cittadini nei confronti della Corte stessa, del Consiglio d’Europa e delle altre istituzioni europee. La promozione e la difesa della varietà culturale e religiosa del nostro continente è prorio una delle vocazioni del Consiglio d’Europa. Ho poi la speranza che tutto il dibattito emerso in questa occasione possa aiutare a riscoprire il contenuto vero del simbolo della croce: l’umanità ha urgente bisogno di questo simbolo che è unico nel proporre il valore della riconciliazione e il rispetto dell’altro e che propone la legge dell’amore fino al dono della vita. In particolare penso alle tante persone ferite dalla sofferenza e dal male che trovano nel simbolo dell”Uomo dei dolori’ una luce per dare un senso al loro cammino”.