UE

Questione di metodo

Quale rapporto tra la decisione comunitaria e quelle nazionali?

È una questione di “sostanza”, ma, non di meno, un problema di “metodo”. Dinanzi a decisioni importanti, delicate, che riguardano le risposte alla crisi economica e la pianificazione di una crescita sostenibile, avendo dunque a che fare con la vita dei cittadini, “i governi non possono decidere da soli”. “Il nostro è un no, chiaro e netto, alla rinazionalizzazione delle decisioni comunitarie”. In vista del Consiglio europeo di Bruxelles del 17 giugno, si alza la voce dei quattro principali gruppi dell’Europarlamento, che da Strasburgo mandano un “segnale forte” ai leader dei 27. Popolari, Socialisti e democratici, Liberaldemocratici e Verdi per una volta sono d’accordo: “Senza il Parlamento, che rappresenta 500 milioni di cittadini, l’Ue non va avanti”.Il momento della verità. “Bisogna lasciar spazio al metodo comunitario anziché intraprendere la strada delle decisioni intergovernative. Serve più Europa e oggi abbiamo un solo, utile, livello decisionale, ed è quello comunitario”: Joseph Daul, francese, capogruppo dei Popolari all’Europarlamento, è il primo a dar voce alla “protesta” degli eurodeputati. Da Strasburgo, dove l’Assemblea si è riunita in seduta comune (14-17 giugno), riassume la posizione intrapresa dai maggiori partiti dell’emiciclo. Le quattro formazioni, che raccolgono insieme tre quarti degli eurodeputati, hanno presentato due risoluzioni congiunte, una sulla “necessità di riformare la governance economica europea” e l’altra relativa alla strategia Europa 2020. “Nonostante le divergenze tra di noi su vari punti – chiarisce Daul -, i nostri gruppi vogliono dare un segnale inequivocabile di unità in vista del summit dei capi di Stato e di governo”. “Per l’Europa questo è il momento della verità”, è il ragionamento di Daul, e non si può andare avanti solo mediante decisioni dei governi, senza dar spazio alle altre istituzioni: Parlamento e Commissione. I due temi vengono portati all’attenzione dell’aula per poi giungere ad altrettante risoluzioni da trasmettere ai premier che giungono a Bruxelles per il summit.Cittadini, non sudditi. “Ogni tre mesi i potenti leader europei si riuniscono a porte chiuse e poi dicono ai cittadini, anzi ai sudditi, che non sono stati in grado di raggiungere alcun accordo. Noi vogliamo un Consiglio europeo che agisca, ma per far questo, e nel rispetto del Trattato di Lisbona, occorre una stretta collaborazione tra Consiglio, Parlamento e Commissione”. Martin Schulz, tedesco, capogruppo dei Socialisti e democratici, usa toni risoluti. “È un momento eccezionale per l’Europa. I partiti dell’Europarlamento lo hanno inteso, e i premier? La strada intrapresa dal Consiglio non va bene – chiarisce – e non va bene nemmeno la dominazione franco-tedesca sull’Ue”. Schulz fa riferimento al “direttorio instaurato da Berlino e Parigi”, confermato, a suo avviso, dall’incontro, all’inizio della settimana, fra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy. Schulz ritiene, ad esempio, che la precedente Strategia di Lisbona per lo sviluppo economico sia stata boicottata dagli Stati membri e teme che accada lo stesso per la nuova strategia Europa 2020 di cui il Consiglio si occupa il 17 giugno.Metodo comunitario. Il liberaldemocratico belga Guy Verhofstadt entra nel merito delle due risoluzioni, che mostrano diversi punti operativi. Esse prevedono una “governance economica” condivisa, il rafforzamento del Patto di stabilità e crescita, “impegni precisi e verificabili” sul versante del sostegno alla crescita, investimenti da parte degli Stati pur considerando il periodo di difficoltà nei bilanci pubblici, regole stringenti per le transazioni finanziarie, il varo degli Eurobond per trovare “fondi freschi” da investire nell’economia reale. “Soprattutto c’è una questione di metodo – precisa -. Dobbiamo capire se gli Stati vogliono creare, o meno, un grande mercato economico europeo, in grado di essere protagonista” sulla scena mondiale, guidato da “istituzioni politiche comunitarie in grado di operare in fretta e con determinazione”. “È in atto uno scontro”, aggiunge con tono deciso lo stesso Verhofstadt, “tra il vecchio approccio intergovernativo e un moderno approccio comunitario”. Applicare il Trattato. “Abbiamo cercato e raggiunto un compromesso. Ciascuno ha dovuto rinunciare a qualcosa, questo è evidente. Ma se non si procede così, non si costruisce l’Europa” e non si assumono decisioni e impegni “per contrastare seriamente la crisi, rilanciare l’economia e l’occupazione, salvaguardando l’ambiente in cui viviamo”. Rebecca Harms, tedesca, puntualizza la visione dei Verdi. “L’Ue non può essere regolata da poche voci. Ha diverse istituzioni che devono collaborare. I leader dei 27 devono considerare che c’è un Trattato, appena entrato in vigore, che va rispettato”. Solo così le decisioni assunte risulteranno vincolanti e “convinceranno i cittadini a credere nell’Ue”.