RASSEGNA DELLE IDEE

Le Chiese e il muro

Studium: una rivoluzione pacifica, decisiva, poco nota

Lo scorso 9 novembre è stato celebrato in forma solenne il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Una “rivoluzione pacifica” alla quale le Chiese cristiane hanno offerto un contributo determinante, ma spesso poco conosciuto. A ripercorrere il “paradosso” di uno Stato “a diffuso ateismo culturale e pratico” coinvolto “in una rivoluzione alla quale hanno partecipato masse sostanzialmente indifferenti a ragioni spirituali, ma condotte da leader motivati religiosamente”, è il giornalista Angelo Paoluzi nel numero di marzo-aprile della rivista di cultura italiana “Studium”.Adunate notturne e veglie di preghiera. “Una grande speranza è nata dalla libertà, dalla responsabilità, dalla solidarietà e dalla spiritualità” osservava nel 1990 Giovanni Paolo II riferendosi alla caduta del muro. Un “autentico sconvolgimento” il cui “punto di partenza” e “d’incontro è stato sovente una Chiesa”- Già molto tempo prima del 1989, rammenta Paoluzi, nel tempio luterano della Nikolaikirche a Lipsia si tenevano adunate notturne e veglie di preghiera: “manifestazioni silenziose di protesta invano disperse dalla Volkspolizei”. Da qui il 9 ottobre 1989 “partì la marcia silenziosa di 100 mila persone ‘Siamo il popolo. No alla violenza’”. Un movimento spontaneo che “si è coagulato prima attorno ai Getsemani, chiesa protestante di Berlino”, per estendersi a chiese di altri quartieri e in breve tempo di altre città. Il contributo delle Chiese alla “soluzione pacifica del processo di riunificazione è stato senza dubbio determinante”, sottolinea Paoluzi. “Il fatto che i nuclei di resistenza al regime comunista” si consolidassero “in genere intorno alle parrocchie evangeliche – precisa – ha contribuito a dare al cambiamento uno sviluppo pacifico, diverso da quello che si sarebbe potuto ipotizzare se alla sua testa ci fossero stati la polizia, l’esercito o la fronda interna del partito comunista”.Il “paradosso”. L’autore dell’articolo parla di un “paradosso”: quello di “uno Stato, come era la Repubblica democratica tedesca, che aveva eliminato ogni rapporto formale con la religione e intratteneva soltanto relazioni di sorveglianza e di controllo nei confronti degli ultimi residui del teismo in un regime marx-leninista di stretta osservanza”, coinvolto in una rivoluzione condotta da leader “motivati religiosamente”. Un “paradosso” che negli anni successivi ha offerto nell’ex Germania dell’est “solide maggioranze a un partito, l’Unione cristiano-democratica, non certo indifferente ai valori della fede”. Paoluzi non omette il racconto della “caccia alle streghe” innescata dall’apertura degli archivi della Stasi, dalla quale emergono “protagonisti del cambiamento, spesso esponenti della Chiesa protestante, addirittura vescovi o pastori autorevoli, divenuti talvolta dopo la caduta del muro leader politici”, indicati come informatori e complici dei sistemi di sicurezza “in cambio della tolleranza del regime nei confronti dell’istituzione ecclesiale”. Pur non escludendo al riguardo la possibilità di “sistematiche falsificazioni o manipolazioni”, il giornalista sottolinea che “la Chiesa protestante ha rischiato di più di quella cattolica”- Quest’ultima, “con il suo milione di battezzati, si è trovata in una situazione di maggiore riserbo”, eppure dopo la riunificazione “anche le gerarchie cattoliche hanno avviato procedure per verificare e chiarire i pochi casi, sia pure imbarazzanti”, di “collaborazione attiva di sacerdoti al sistema di delazione della Stasi”. Ferite ancora aperte. Dal volume “Katholische Kirche-Sozialistischer Staat DDR” che per iniziativa della Conferenza episcopale tedesca contiene gli atti ufficiali e le prese di posizione della Chiesa cattolica dal 1945 al 1990, emerge la “coerenza con la quale le gerarchie hanno affrontato, senza cedimenti, il nodo dei rapporti con il regime comunista”. Una “Chiesa del silenzio” che “si è difesa nel periodo della prova con la fedeltà ai propri valori e la forza della preghiera ma anche – precisa Paoluzi -, con il coraggio dei suoi vescovi”. “Esemplari le omelie, le pastorali, le dichiarazioni pubbliche, le proteste” in particolare di Alfred Bengsh, arcivescovo di Berlino dal 1961 al 1979, cardinale dal 1967, “cioè nel periodo di maggiore pressione del sistema sulle Chiese”. Nel 1990 mons. Joachim Wanke, vescovo di Erfurt, ammoniva sui rischi di “una troppo affrettata giustizia vendicatrice”, esortava al superamento dei “reciproci pregiudizi” tra le diverse confessioni e ammetteva: “Anche noi cattolici abbiamo bisogno di penitenza, ognuno di noi dovrà riflettere sul suo coinvolgimento, volontario o imposto, nella menzogna generale di questo Paese”. “Le ferite aperte” dal muro “sono ancora lontane dal rimarginarsi” conclude Paoluzi; “occorrerà un ricambio di un paio di generazioni prima che il Paese faccia completamente i conti con se stesso”, ma “è un buon segno” che la “rivoluzione pacifica abbia avuto inizio da luoghi di preghiera”.