PARLAMENTO UE

Lavori in corso

Il Trattato di Lisbona e i parlamenti nazionali

“Con il Trattato di Lisbona si sta realizzando un nuovo equilibrio interistituzionale all’interno dell’Unione europea”, entro il quale “i parlamenti nazionali accrescono il loro peso per quanto riguarda la formazione della legislazione comunitaria”: Edward McMillan Scott, vicepresidente dell’Europarlamento, è un veterano a Bruxelles e Strasburgo. Dal 1984 siede infatti in emiciclo, prima tra le file del Partito conservatore (a suo tempo aderente al Gruppo del Partito popolare europeo), del quale è stato anche una delle figure più significative; più recentemente come esponente dei Liberaldemocratici. Nato a Cambridge nel 1949, tiene a specificare a SIR Europa che è stato “educato dai domenicani”. Mostra un’attenzione costante ai temi etico-sociali oltre che a quelli più squisitamente politici ed è anche considerato un esperto di questioni di politica internazionale.Dicevamo che i parlamenti nazionali dispongono, con l’entrata in vigore del Trattato di riforma, di maggior voce in capitolo all’interno dell’Unione, così come è cresciuto il ruolo dell’Euroassemblea.“Esattamente. Il Parlamento europeo ha acquisito più ampia capacità legislativa, che condivide con il Consiglio, mediante il cosiddetto potere di codecisione, esteso ora alla maggior parte dei settori comunitari. In applicazione del principio di sussidiarietà i parlamenti nazionali possono invece intervenire per cercare di modificare l’iter legislativo qualora questo fosse in contrasto con gli interessi nazionali e con le prerogative dei parlamenti stessi. Direi che così si apre un processo di collaborazione tra le assemblee e l’Ue stessa, con un compito specifico dell’Europarlamento. Naturalmente ci sono delle questioni aperte e da dirimere, sulle quali non c’è ancora chiarezza: si pensi alla politica estera e di sicurezza comune, al ruolo di Eurojust ed Europol… Su questi versanti il Trattato di Lisbona ha lasciato degli spazi di manovra. In questo senso direi che a livello comunitario ci sono dei lavori in corso, ma certamente il Trattato rappresenta un passo avanti”. Lei è un inglese che si professa “europeista”. Nel corso degli anni ha svolto, per così dire, un percorso di rafforzamento delle convinzioni personali circa l’idea di Europa. Ma le sembra che, dalla nascita dell’Unione europea – nel 1992 con il Trattato di Maastricht – a oggi, la “casa comune” abbia fatto dei passi avanti concreti? “Direi proprio di sì, e sono sotto gli occhi di tutti. Da qualche tempo mi sembra, inoltre, che si stia affermando una Europa più ‘politica’. Basti pensare al ruolo che stanno giocando le famiglie politiche presenti al Parlamento europeo e gli accresciuti rapporti tra queste e i partiti nazionali. Questo è un fatto assolutamente positivo, che lascia intravvedere una Ue meno burocratica e, appunto, più politica”.Da quando è scoppiata la crisi economica non si sente parlare d’altro che di “governance europea”: tutti la invocano. Eppure fino a qualche tempo fa non era così. Lei cosa ne pensa? “Una governance europea è necessaria, la impongono i fatti, la richiedono i mercati. Certo, si tratta di agire sempre nel rispetto delle prerogative nazionali. Non si possono esautorare gli Stati dalle loro competenze, ma si può creare una collaborazione più stretta che porti vantaggio agli Stati e all’Ue nel suo insieme”.Lei ha mostrato in passato, e mostra tuttora, un’attenzione particolare per il mondo orientale e per l’islam: per quale ragione?“Ho sempre pensato che occorresse creare dei legami, dei ponti, con questa ampia parte del mondo. Sono convinto che oggi questo impegno sia ancora più necessario”.Torniamo alla politica inglese. Lei è passato dal Partito conservatore a quello Liberaldemocratico. In questo senso ha forse giocato la sua visione dell’integrazione europea e la collocazione dei Conservatori nell’emiciclo, passando dal gruppo Ppe al nuovo gruppo dei Conservatori e riformisti, di impronta euroscettica. Comunque il suo nuovo partito oggi si trova al governo a Londra, alleato dei Tories. A suo parere, la Gran Bretagna sarà più vicina o più lontana dall’Ue?“Sarà certamente più vicina all’Europa e i liberaldemocratici, che sono pro-Europa, terranno ferma questa convinzione. Saranno lì, al governo, per garantire l’impegno del mio Paese verso l’Unione”. Sarà – immaginiamo – una posizione europeista pur senza porre in secondo piano gli interessi britannici…“Esatto. Faccio un solo esempio. Nell’accordo programmatico siglato fra Cameron e Clegg (i leader dei due partiti che formano la coalizione di governo, ndr) è stato scritto nero su bianco che si chiede un’unica sede dell’Europarlamento, a Bruxelles. È la prima volta che, ufficialmente, un governo membro indichi questa posizione. Si tratta di risparmiare 200 milioni di euro l’anno e i cittadini sono sensibili a questi temi. Dunque noi sosterremo questa posizione”.