PRIMA PAGINA

Ue e resto del mondo

Il Servizio europeo per l’azione esterna

A seguito della firma del Trattato di Lisbona nel 2007, il presidente Barroso sperava che l’impasse istituzionale fosse giunta alla fine: si sarebbe aperta la strada per consentire all’Unione europea di affrontare ciò a cui “la gente d’Europa è veramente interessata”: questioni come il cambiamento climatico, l’emigrazione, la globalizzazione, la crescita economica e la difesa dal terrorismo. Tali questioni includono diverse aree che sono di competenza della Politica estera e di sicurezza comune europea (Pesc). Uno strumento fondamentale della Pesc sarà il nuovo Servizio europeo per l’azione esterna (Seae). Ironicamente, benché forse inevitabilmente, la creazione stessa del Servizio si è arenata in dispute istituzionali. Una di queste lotte per il potere riguardava l’equilibrio tra istituzioni europee. Secondo il Trattato, l’organizzazione e il funzionamento del Seae saranno proposti dall’Alto rappresentante e stabiliti dal Consiglio europeo, “a seguito di consultazione con il Parlamento europeo e dopo avere ottenuto l’autorizzazione della Commissione”. Il Parlamento è competente per il bilancio, ma vorrebbe anche avere il diritto di effettuare l’esame in contraddittorio dei delegati senior del Seae, nello stesso modo in cui esamina i candidati alla posizione di Commissari. Alla Commissione non piace che le nomine siano di competenza dell’Alto rappresentante e non del Collegio dei commissari.Una seconda questione riguarda il raggio d’azione della Seae. La Pesc si estende a questioni come i diritti umani (e quindi alla libertà religiosa). Ma la Commissione mette a repentaglio il piano della Ashton di includere lo sviluppo tra le competenze del Seae. Lo sviluppo rientra nell’azione esterna dell’Unione europea (così come vi rientrerebbe il commercio), ma non rientra strettamente nella Pesc. Altri enti si oppongono a tale espansione. Concord, il gruppo generale delle agenzie europee per lo sviluppo (che comprende il gruppo cattolico Cidse e la sua controparte protestante Aprodev), ha presentato un parere legale secondo il quale tale allargamento andrebbe oltre le disposizioni del Trattato. Le agenzie temono un indebolimento della relativa libertà della Commissione rispetto alle agende politicizzate se la politica europea per lo sviluppo, amministrata dal Seae, fosse indebitamente soggetta agli obiettivi “privati” degli Stati membri. Tale timore è indicativo di un problema di base a cui si trova di fronte il Seae – la perdurante dicotomia tra la stessa Unione europea e i suoi Stati membri. Il nuovo servizio integrerà, non sostituirà, la diplomazia nazionale. La domanda è: in che modo? Il giornale El País ha calcolato che gli Stati uniti hanno 170 ambasciate in tutto il mondo più 60 consolati. I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno 2172 ambasciate e 933 consolati: un costo enorme per un effetto diplomatico limitato. Poiché un terzo dello staff Seae viene fornito dagli Stati membri, si spera evidentemente che qualche Stato membro deleghi alcune funzioni al nuovo ente, in modo da ridurre al minimo sprechi e duplicazioni. Perché questo avvenga, dice la Ashton, gli strumenti esterni dell’Unione europea dovrebbero unirsi “a favore di un’unica strategia politica”. L’ostacolo evidente è che le politiche estere degli Stati membri sono spesso divergenti e talvolta conflittuali.Queste controversie istituzionali possono sembrare un grande spreco di energie. Val la pena lottare per queste divergenze, in quanto le tensioni insite che esse esprimono sono al centro della complessa identità dell’Unione europea – essa è sia singolare che plurale.