MONACHESIMO IN EUROPA
La ricerca di Dio sulle strade del Vecchio Continente
“Per molti, Dio è diventato veramente il grande Sconosciuto (…). Una cultura meramente positivista, che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo”. Così termina il discorso pronunciato da Benedetto XVI al mondo della cultura francese, il 12 settembre 2008, durante la visita apostolica in Francia. In quell’occasione il Santo Padre parlò “delle origini della teologia occidentale e delle radici della cultura europea”, sottolineando il ruolo del monachesimo e ricordando che la motivazione prima dei monaci non era “creare una cultura”, bensì “quaerere Deum“, usando come via “la sua Parola”. A partire da queste parole del Pontefice ha preso il via nei giorni scorsi nell’Abbazia di San Miniato al Monte (Firenze – Italia) un convegno sul tema “Ricerca di Dio e ragioni della fede. Monachesimo e Vangelo per l’Europa”, promosso dall’Associazione Scienza & Vita di Firenze. A margine dell’appuntamento, SIR Europa ha rivolto alcune domande a don Andrea Bellandi, docente di teologia fondamentale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale, sul valore del monachesimo nella storia e nella società contemporanea.Quale significato si può dare oggi al monachesimo?“Credo che abbia sempre un valore paradigmatico: in un clima culturale in cui l’immanentismo la fa da padrone avere persone ed esperienze che ‘dietro le cose provvisorie cercano il definitivo’ può aiutare questa società a non chiudersi alla trascendenza”. Quali sono le motivazioni alla base del monachesimo cristiano?“Fondamentalmente è l’affermazione che la fede basta alla vita: Dio è l’oggetto ultimo del desiderio del cuore umano, e quindi l’incontro con lui in un rapporto di familiarità, con un’esperienza affettiva totalizzante, è ciò che appaga. È questo valore assoluto che il monaco cerca. All’inizio dell’esperienza monastica questa ricerca si è manifestata nelle forme eremitiche, poi – con san Benedetto – ha assunto una dimensione più comunitaria, dove comunque il cuore resta la volontà di vivere un rapporto totalizzante con il mistero di Dio, attraverso la mediazione di Cristo”.Il monachesimo, fin dalle origini, ha una dimensione europea. Come vengono percepite oggi queste radici?“Storicamente il monachesimo è stato il punto d’incontro tra l’impero romano e le popolazioni barbariche che abitavano il Nord dell’Europa: la sua opera di cristianizzazione presso quei popoli ha portato alla costruzione di una civiltà europea. Solo una visione miope, che abbia paura di riconoscere questa radice cristiana, lo può minimizzare. Oggi l’esperienza del monachesimo può aiutare l’Europa a non far prevalere la dimensione economica, ma coltivare un allargamento della ragione, portando avanti l’idea che una convivenza sociale può sussistere solo laddove si riconosce un fattore trascendente”.L’ora et labora di san Benedetto…“Sì: c’è distinzione, ma non separazione fra questi ambiti. In fondo è quello che il Papa, nella ‘Caritas in veritate’, dice a proposito di etica ed economia: l’uomo che cerca il benessere economico non può prescindere dall’etica”.Convivenza sociale, ricerca del trascendente, radici cristiane: concetti che sembrano messi da parte da una secolarizzazione crescente. È così?“Probabilmente occorrerà immaginare anche forme nuove per un’esperienza radicale come quella di tipo monastico. Penso a quei carismi che oggi la Chiesa vede al suo interno, espressi in movimenti e aggregazioni dove si rivive in qualche modo l’ideale monastico, talora proprio nella verginità consacrata, ma più diffusamente con laici che vivono la loro vocazione cristiana dentro al mondo. Il monachesimo continuerà ad avere il suo ruolo, seppur ‘di nicchia’ all’interno della società, ma i valori e le indicazioni che esso offre possono essere vissuti anche a livello più generale, in esperienze ecclesiali fortemente motivate”.Il monachesimo è stato, ed è tuttora, un ponte tra Oriente e Occidente, tra il mondo cattolico e quello ortodosso. Che ruolo ha, in chiave ecumenica, per il dialogo tra le Chiese cristiane?“Le differenze di confessione e tradizione non possono annullare il terreno di unità più profondo, che è il battesimo. Il monachesimo vive la radicalità della vocazione battesimale. Puntare a questa base comune è già un ecumenismo reale. E così assistiamo anche a esperienze in cui monaci provenienti da confessioni cristiane diverse vivono la medesima spiritualità”. Il contributo dato nel passato dal monachesimo alla cultura è valido ancora oggi? Cosa ci può dire in ordine alla formazione della coscienza?“Proprio il Santo Padre, a Parigi, ricordò che i monaci hanno creato una cultura avendo come intenzione la ricerca di Dio. Il cristianesimo si può comprendere come antropologia compiuta: incontrando Cristo ‘l’uomo diventa più uomo’, per usare un’espressione di Giovanni Paolo II. Allora un uomo siffatto sarà appassionato a ogni tentativo fatto, nella scienza come nell’arte o nella letteratura, per valorizzare e portare a maturazione quei germi di verità, quelle scintille di umanità che lì sono presenti”.