SOLDATI D'EUROPA
Per la pace e contro la violenza in molte aree del mondo
Sono oltre 30, su 46, i Paesi europei impegnati nell’Isaf, attiva in Afghanistan dal 2001, su mandato del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Secondo Isaf (dati aggiornati al 16 aprile 2010, quelli con più soldati sono Regno Unito (9500), Germania (4665), Francia (3750), Italia (3300), Polonia (2515), Olanda (1885), Spagna (1270), Romania (1010). Ultima l’Austria con 3 militari. In totale i soldati europei sono più di 33 mila, su oltre 102 mila. Molti i contingenti che hanno subito perdite: 25 gli italiani, un numero pressoché simile per gli spagnoli, vittime anche tra i polacchi, i rumeni, i britannici, i tedeschi, i danesi, i francesi. Dall’inizio del 2010 sono 200 i soldati Isaf morti. Nel 2009 furono 520.Tra fede e dovere. “L’etica del militare tra fede e dovere” è stato il tema della conferenza che mons. Vincenzo Pelvi, arcivescovo ordinario per l’Italia, ha tenuto a Roma, il 17 maggio, presso l’Istituto Alti Studi per la Difesa, ai vertici militari internazionali, alcuni dei quali europei, come Italia, Albania, Francia e Germania. Con loro anche membri da Brasile, Cina, Giordania, Iraq, Libano, Libia, Senegal, Usa e Afghanistan. Tema di permanente attualità soprattutto nelle aree di grande tensione come sono quelle del Medio Oriente.Appagamento morale. “Un professionista delle virtù ispirate a quei principi etici che incarnano quanto esigito dalla società civile” e che rispondono al nome di “dovere, disciplina, onore, lealtà, esempio, coraggio” ma anche a “correttezza, trasparenza, prudenza, dignità e integrità”, tutti aspetti “importanti per la crescita di una società pienamente umana”. Questo è l’identikit del militare delineato da mons. Pelvi e da cui deriva “un comportamento rispettoso di norme e procedure, attuato con linearità e coerenza, che esclude nella vita del militare ogni irregolarità e deviazione dai compiti istituzionali, contribuendo alla costruzione di una società eticamente sana e corretta”. “Una gratificazione esaustiva circa la coerenza e la rettitudine di vita” che, per il vescovo castrense, “non può essere fornita solo dalla remunerazione economica e dalla carriera, ma dall’appagamento morale che si percepisce per la propria credibilità in una organizzazione al servizio del bene comune”. In tal modo, ha spiegato il presule, “la concezione della vita professionale intesa come attività programmata (etica della professione) si apre al vissuto della professione (etica nella professione), dettata dall’onore, dalla fede, dallo spirito di corpo, fattore morale che dosato dal buon senso e dall’equilibrio, può dare risultati importantissimi”.Modello virtuoso. Questi valori, ha precisato mons. Pelvi, pongono il militare “dinanzi a responsabilità personali, specie per quanto concerne il senso del dovere, lo spirito di sacrificio e quelle qualità capaci di procurare la stima degli altri, come il coraggio e il rispetto della bandiera”. Al militare viene richiesto “di adeguare il proprio comportamento ad un modello soggettivo di natura morale, di tipo virtuoso in cui spirito di corpo, autorevolezza, principio dell’autorità, etica dell’obbedienza, consapevolezza della propria dignità, delineano un’identità culturale”. Le virtù umane “valorizzano la dignità di ogni persona, sottolineandone la naturale disposizione a fare il bene ed evitare il male. Ne consegue che ciò che è pienamente umano apre il cuore all’Eterno. Il primato della coscienza. L’arcivescovo ha poi sottolineato come “non si può essere buoni militari se prima non si governa se stessi. La coscienza ci permette di conoscere quelle parti di noi che ci spingono a privilegiare i propri interessi, ad aumentare i privilegi e ad essere prepotenti sui più indifesi, rispetto a quelle parti che cercano verità, giustizia, pace e la forza di rinunciare ai privilegi per sentirsi servitori”. La crisi della coscienza militare, ha proseguito, “è causata dallo smarrimento del concetto di bene comune”. In questa ottica, mons. Pelvi ha invitato a “mettere in rapporto la maturità dell’etica con il martirio civile di coloro che ancora oggi danno la vita per lo Stato nel servizio ai cittadini”. “Il militare – ha detto – ha l’etica del dono sincero di sé”. La funzione del dono “è quella di far comprendere che esistono anche i beni di gratuità”, quelli, cioè, che “nascono dal riconoscimento che siamo legati ad un altro che è parte costitutiva di me. Noi militari siamo persone capaci di far rifluire nei circuiti della società il principio di gratuità. Così ci guadagnano tutti: famiglie, Paese e umanità”.