ROMANIA

Un tempo cruciale

Intervista a frère James di Taizé

“Le visite ci aiutano a conoscerci a vicenda. Ogni relazione ha bisogno di tempo per maturare”. In un’intervista a SIR Europa, frère James, responsabile per la Romania nella comunità di Taizé, parla di una relazione costruita assiduamente per oltre 40 anni tra una comunità e un Paese. Sin dagli anni Settanta i fratelli di Taizé stanno visitando regolarmente la Romania. All’inizio di nascosto, adesso ufficialmente come tappa del “pellegrinaggio di fiducia sulla terra”. Anche quest’anno, dal 27 al 10 maggio, stanno percorrendo un pellegrinaggio che attraversa 15 città per incontrare i giovani, per parlare con loro, per conoscere le difficoltà che stanno affrontando, per costruire rapporti, incoraggiare e pregare insieme. Gli incontri sono accompagnati da laboratori su diversi temi legati alla spiritualità e da momenti di preghiera ai quali partecipano insieme giovani ortodossi, cattolici e protestanti. Sin dagli inizi della comunità, i fratelli di Taizé hanno dimostrato un grande interesse per la Romania. Com’è cominciato tutto?“Frère Roger, il priore della comunità, desiderava che i fratelli andassero incontro e sostenessero i cristiani che vivevano momenti difficili sotto il regime comunista. Negli anni ’70 ha mandato fratelli in diversi Paesi tra cui la Romania. Loro andavano come turisti e col pretesto di visitare i monasteri cercavano di parlare con la gente del posto. Hanno conosciuto poi a Bucarest padre Galeriu, un sacerdote ortodosso, e attraverso di lui è stato possibile, subito dopo gli avvenimenti del ’89, organizzare il primo pullman di giovani per Taizé. La relazione con la Romania è stata una molto viva ed è maturata nel tempo. All’inizio c’era tanta gente che arrivava a Taizé ed era un lavoro molto grande organizzare tutto. C’era anche gente che veniva per ragioni sbagliate, perché era una modalità facile di viaggiare nell’occidente, e quindi era importante far capire loro il senso di quello che stavano facendo. Col passare del tempo la gente comincia a capire e il rapporto cambia. Adesso non ci sono più restrizioni per la Romania, però le Chiese stanno attraversando un periodo difficile, ci sono sempre meno giovani e il fenomeno della secolarizzazione è arrivato con la velocità della luce. Le Chiese si trovano in difficoltà e noi cerchiamo di aiutarle”.Come si rapportano i giovani romeni alla fede e alle Chiese locali? “Nelle chiese romene ci sono ancora molti giovani. Però, c’è un numero sempre più grande di giovani che vedono la Chiesa come qualcosa che appartiene al passato, qualcosa che non ha più nessuna rilevanza nella vita moderna. Ed in qualche modo le Chiese devono trovare modalità adeguate per comunicare con i giovani. I cambiamenti sono arrivati talmente in fretta che non c’è stato tempo di anticiparli. Dobbiamo essere molto flessibili. Questo è il momento di raggiungere i giovani che si trovano sull’orlo e che non resteranno ancora a lungo. È un tempo davvero cruciale”.A suo avviso, qual è la sfida più grande che le giovani generazioni romene stanno affrontando?“La sfida più grande è quella di preservare le proprie radici. I giovani romeni hanno una grande voglia di andare verso gli altri, di conoscere nuove persone e culture, di viaggiare. Questa apertura è un dono meraviglioso, ma dobbiamo restare fedeli a ciò che siamo, dobbiamo sapere chi siamo. Il pericolo principale che si corre lasciando alle spalle ciò che si è e affidandosi totalmente all’altro è quello di perdere se stessi. Mentre lo sguardo si apre verso l’altro, bisogna cercare continuamente di scoprire cose nuove su noi stessi, sulla propria cultura e tradizione”.Dopo gli eventi dell’89 la Romania si è confrontata con migrazioni di massa della popolazione locale, soprattutto dei giovani, verso l’occidente in cerca di una vita migliore. Eppure molti giovani hanno scelto di rimanere. Attraverso i loro occhi come vede il futuro del Paese?“Non è sempre facile per quelli che rimangono. Vogliono creare un futuro migliore, ma a volte il sistema rende le cose difficili. Stiamo cercando di sostenere i giovani, di incoraggiarli a tenere duro, ma è difficile dover lottare per il futuro del Paese e nello stesso tempo lavorare per quelli che forse non torneranno più”.Com’è cambiata la Romania nei 20 anni che sono passati dalla caduta del comunismo?“Siamo ancora in una fase di adattamento. 20 anni fa c’era tanta euforia per l’arrivo della libertà. Poi c’è stata un po’ di delusione perché le cose non erano molto cambiate. Ancora dopo è arrivato il sospetto che dietro le quinte c’erano persone che volevano mantenere lo stesso sistema, solo con una superficie di democrazia. Adesso stiamo crescendo verso una democrazia più matura, anche se la maggior parte dei giovani non si sente coinvolta nella vita politica. I politici non godono alcun tipo di fiducia. Fino a quando non verrà creato quel sentimento che l’andare al voto oppure sostenere i politici potrebbe cambiare qualcosa, rimarremmo sempre in questa fase di transizione. Ci sono però segnali che le cose stanno cominciando maturare”.