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La grande visione

L’Europa e Giovanni Paolo II

Sono trascorsi cinque anni dalla morte di Giovanni Paolo II. Quando divenne Papa, i muri separavano ancora dal resto del continente il mondo libero e questa parte dell’Europa che è riuscita a non subire il giogo del comunismo. L’idea dell’Unione europea a 27 nella quale viviamo, aperta agli altri Stati vittime della dominazione comunista, nacque nel suo spirito. Parlando di Pio XII, diceva che a differenza dell’atteggiamento adottato dalla maggior parte degli uomini di Stato dell’epoca, le sue continue rivendicazioni suscitavano fiducia nel carattere non irreversibile della storia contemporanea e della configurazione assunta dall’Europa dopo Yalta. Pio XII si è pronunciato chiaramente a favore delle nazioni ridotte in schiavitù e a favore della “Chiesa del silenzio”. “Per lunghi anni fu questo, nei limiti delle competenze fondamentali della Chiesa, il solo mezzo d’azione possibile a favore dell’integrazione europea”. Queste parole, innanzitutto, riflettono fedelmente il suo atteggiamento e il suo impegno a favore dell’unificazione del continente.Il Papa slavo aveva una sua visione de “l’Europa dello spirito” e la Chiesa era tenuta a svolgere una funzione particolare per la sua creazione. A Strasburgo diceva: “Il mio dovere consiste nel sottolineare con forza che se il substrato religioso e cristiano di questo continente venisse ridotto al ruolo d’ispiratore dell’etica e alla sua efficacia sociale, non solo verrebbe negata l’intera eredità del passato europeo, ma verrebbe anche compromesso un avvenire degno dell’uomo europeo – intendo di qualsiasi uomo europeo, credente o non credente”.Nel 1991, rivolgendosi al Corpo diplomatico, sottolineava: “La Chiesa non può rinunciare a proclamare la verità sul carattere integrale dei valori umani fondamentali, poiché se si accettano solo alcuni di essi, questo può minare le fondamenta dell’ordine sociale. Anche gli Stati pluralisti non possono rinunciare alle norme etiche nella loro legislazione e nella vita pubblica, specialmente quando il bene fondamentale rappresentato dalla vita dell’uomo dal momento del suo concepimento fino alla morte naturale esige protezione”.In quanto uomo che lottava contro il regime ateo, fu profondamente consapevole della differenza tra il carattere secolare dello Stato e l’ideologia atea. A suo giudizio, “il postulato di neutralità ideologica è giusto principalmente quando si tratta del dovere dello Stato di proteggere la libertà di coscienza e di confessione di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla religione o dall’ideologia che professano. Ma il postulato che consiste nel non accettare in alcun modo nella vita sociale o in quella dello Stato la dimensione di santità è un postulato d’ateizzazione dello Stato e della vita sociale e ha poco in comune con la neutralità ideologica”. Per questo motivo incoraggiava i fedeli: “Difendete il crocefisso, non permettete che il Nome di Dio sia offeso nei vostri cuori, nella vita sociale o familiare. Ringraziamo la Provvidenza divina per il ritorno del crocefisso nelle scuole, negli istituti pubblici, negli ospedali. Che vi resti!”.Sono trascorsi appena cinque anni da quando ci ha lasciati ma il suo testamento attende ancora di essere realizzato.