CCEE - MIGRAZIONI
Comunità cristiana, società e mobilità umana in Europa
La famiglia? È la realtà sociale più fortemente colpita e ferita dalla migrazione. Le comunità cristiane? Le prime ad impegnarsi per testimoniare che la fratellanza universale è possibile anche a costo di essere oggetto di stupore e di contestazione. La società? Deve prendere atto che il fenomeno migratorio non è una fase passeggera di un processo di integrazione ma una fenomeno permanente. È quanto sta emergendo a Malaga dove una cinquantina tra vescovi delegati di tutta Europa, direttori nazionali e operatori di pastorale stanno partecipando al Congresso europeo sulle migrazioni organizzato dal 27 al 1 maggio dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee su “L’Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive”. La famiglia. “In alcuni Paesi, come quelli recentemente usciti dalla dittatura o quelli della regione balcanica (Sud-Est Europa) – ha detto il vescovo ausiliare di Bucarest, mons. Cornel Damian -, la famiglia è solitamente numerosa e di conseguenza povera, senza prospettive di miglioramento delle condizioni di vita”. In genere, e sempre più spesso “è la giovane madre ad emigrare”: “spesso poi cade nelle mani dei trafficanti”. Povertà, violenza in famiglia, mancanza di un’educazione adeguata, l’influsso negativo di alcune persone. “Sono tante le cause che feriscono la famiglia”. Per queste ragioni, ha detto mons. Damian, “la famiglia richiede in genere una cura pastorale speciale sia nel Paese d’origine, sia nel luogo d’arrivo”. Al congresso di Malaga è intervenuto anche padre Gianromano Gnesotto, della Fondazione “Migrantes” della Conferenza episcopale italiana che ha denunciato la “dolorosa realtà” dei “ricongiungimenti a rate”, specie con i figli. “Uso il termine ‘a rate’ – ha spiegato il religioso – per un riferimento economico legato alla disponibilità di un reddito adeguato per il ricongiungimento in Italia. La normativa italiana, infatti, pone tra i requisiti necessari un reddito annuo derivante da fonti lecite, non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, se si chiede il ricongiungimento di un solo familiare, al doppio dell’importo annuo dell’assegno sociale se si chiede il ricongiungimento di due o tre familiari, il triplo per il ricongiungimento di quattro o più familiari”. Per questo i figli si ricongiungono con il genitore “a rate” e questo ha delle “ripercussioni psicologiche e affettive facilmente immaginabili, con faticose ricostruzioni di rapporti di intimità in terra di emigrazione”. È un peccato perché la “famiglia ricongiunta nei territori di accoglienza” si rivela essere l’ambito principale dove “si elabora l’inclusione sociale”.Le comunità ecclesiali. “Una Chiesa che vuole essere accogliente nei confronti delle persone immigrate, diventa, nelle nostre società europee, oggetto di stupore, talvolta di incomprensione e di contestazione”. Ciò nonostante, “la Chiesa intende assumersi la propria responsabilità per elaborare una parola di speranza e promuovere un approccio positivo al fenomeno migratorio”. Lo ha detto mons. Jean-Luc Brunin, vescovo di Ajaccio, aprendo la terza giornata dei lavori dedicata alle implicazioni delle comunità ecclesiali nei flussi migratori. “Le Chiese – ha detto il vescovo francese – possono trovarsi oggetto di accuse quando scelgono di fare eco alle parole di sofferenza e di disperazione dei migranti in situazioni difficili presso i responsabili politici, i servizi amministrativi o l’opinione pubblica”. Tuttavia – ha proseguito mons. Brunin, “i cristiani devono avere il coraggio di trasformare la prova della migrazione in un’opportunità da cogliere per un avvenire armonioso, anche se questo discorso rischia di non essere immediatamente compreso”. Ed ha concluso: “La credibilità della proposta del Vangelo nelle nostre società europee esige questa apertura e questa volontà tenace di vivere insieme nella Chiesa, senza limiti di frontiera, anche se è difficile e va controcorrente rispetto alle opinioni pubbliche ed alle posizioni politicamente corrette”.La società. I flussi migratori – esordisce padre Erny Gillen, presidente di Caritas Europa – sono un “fenomeno permanente di cui prendere atto e non una fase passeggera”. Dunque le migrazioni devono essere percepite come “parte integrante della formazione e dello sviluppo della società europea”. “Non si tratta quindi – ha detto padre Gillen a SIR Europa – di inventarsi regole d’eccezione per far fronte a fenomeni eccezionali, ma di concepire una società dove le persone possono essere accolte e riconosciute nei loro diritti e doveri”. A questo riguardo, il presidente di Caritas Europa definisce “lodevole” lo sforzo di cooperazione tra gli Stati membri finora compiuto dall’Unione europea. Questa cooperazione però – aggiunge padre Gillen – “rischia di accordarsi su livelli minimi di intervento piuttosto che deliberare provvedimenti dagli standard elevati”. La Caritas Europa ha cioè “l’impressione che gli Stati membri si muovano con una certa esitazione. Si ha paura dell’immigrazione ed è questa ansia a generare le politiche europee per cui prevalgono i Paesi con le politiche più restrittive rispetto a quelli con politiche più accoglienti”. Alla Chiesa il compito di “ricordare che c’è una dignità in ogni essere umano e che bisogna vedere gli immigrati non per quello che rappresentano ma per quello che sono, e cioè come persone che hanno diritti e doveri”.