PRIMA PAGINA

Una nuova casa

Europa e immigrati: il contributo della Chiesa

Pubblichiamo un ampio stralcio dell’intervento del card. Josip Bozanić, arcivescovo di Zagabria e vicepresidente Ccee, con il quale si è aperto il 27 aprile a Malaga l’ottavo Congresso europeo sulle Migrazioni dal titolo "L’Europa delle persone in movimento. Superare le paure. Disegnare prospettive". Le persone, che devono lasciare i loro Paesi e cercare altrove la possibilità di vivere meglio, hanno anche loro, prima di tutto, un grande bisogno di sentirsi amate. Proprio per questo hanno bisogno di avere con loro la famiglia, per sentirsi forti quando si trovano ad affrontare le paure che genera l’inserimento in una nuova realtà. Proprio per questo devono essere accolti come persone e non essere trattati come cose, schiavi o utensili. Ne consegue una conclusione che sembra ovvia. Per superare le paure si deve essere in un ambiente dove l’amore sia un’esperienza reale. Proprio per questo, le questioni che riguardano le migrazioni dovrebbero essere sempre correlate alla dimensione comunitaria e famigliare delle persone e non troveranno mai una soluzione se affrontati soltanto dal punto di vista della giustizia e delle leggi. (…)Un migrante che arriva in un luogo a lui sconosciuto, fuggito da guerre o persecuzioni, con fame o semplicemente per sviluppare le sue competenze in un nuovo lavoro o per ricercare un posto che gli permette di mantenere la sua famiglia, porta la sua visione del mondo e una propria esperienza religiosa, ma allo stesso tempo, trova una nuova realtà che è invitato a conoscere e ad amare per poter guardare al futuro. È qui che le comunità, soprattutto le comunità cristiane, dovrebbero anche dare un contributo molto importante. Accogliendo uno straniero, una comunità deve essere in grado di apprezzare quello che lui porta, ma anche fargli scoprire la sua nuova casa e dargli l’opportunità di vivere dentro la cultura locale. Una persona che arriva, però, non viene da solo. Ci sono spesso altre persone del suo Paese che sono già lì e che costituiscono una certa comunità in mezzo e accanto alla società nazionale dove arrivano. E così c’è un dialogo culturale fra persone e fra comunità. Volere integrare non significa voler diluire l’altro per essere come noi. L’incontro di persone crea un dialogo. Se volere che l’altro sia uguale a noi è un errore, è altrettanto sbagliato trascurare l’identità culturale della società che accoglie gli immigrati, sia perché uno si chiude in una specie di ghetto sia perché si vuole che essa cambi per diventare simile a quella da dove si viene, come se la società potesse essere una cosa neutra. La Chiesa è convinta che si possa difendere la persona che immigra e non dimenticare le persone del Paese che ospita. Questo è il motivo per il quale i governi devono, in nome del bene comune e della giustizia, definire politiche migratorie finalizzate a tutelare l’identità e il bene delle loro comunità senza dimenticare la dignità di ogni persona. Questo significa anche una responsabilità nell’impegnarsi a cercare modi per aiutare i Paesi d’origine a svilupparsi. (…) Lo scopo, non lo dimentichiamo, è quello di potere portare a tutti, a quelli che accompagnano i migranti e, soprattutto, vorrei sottolineare, a coloro che sono la ragione del nostro essere qui, gli immigrati stessi e le comunità in cui arrivano, un segno di speranza e di rinnovato impegno. Sia la logica della carità a guidare il nostro modo di guardare la realtà e di pensare al futuro, tenendo conto di tutti gli aspetti della verità della migrazione. È questa apertura alla verità che rende la carità l’unica forza sociale capace di generare pace e di pieno sviluppo.