ITALIA
“Testimoni digitali”: la missione della Chiesa
“Esorto tutti i professionisti della comunicazione a non stancarsi di nutrire nel proprio cuore quella sana passione per l’uomo che diventa tensione ad avvicinarsi sempre più ai suoi linguaggi e al suo vero volto”. È l’invito rivolto da Benedetto XVI ai partecipanti al convegno “Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale” (Roma, 22/24 aprile), durante la giornata conclusiva dei lavori nell’Aula Paolo VI in Vaticano. I tre giorni di studio e confronto, promossi dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) per approfondire il rapporto tra Chiesa e nuovi media a distanza di otto anni dall’incontro “Parabole mediatiche”, hanno registrato oltre 1.300 presenti provenienti da 227 diocesi italiane con più di 250 operatori dell’informazione accreditati. Il Santo Padre ha precisato che “il compito di ogni credente che opera nei media è quello di spianare la strada a nuovi incontri, assicurando sempre la qualità del contatto umano e l’attenzione alle persone e ai loro veri bisogni spirituali” ma anche “offrendo agli uomini che vivono questo tempo ‘digitale’ i segni necessari per riconoscere il Signore” perché questa è “la missione irrinunciabile della Chiesa”.Fedeltà al Vangelo. Guardare al mondo digitale “con simpatia e stima” da parte della Chiesa, perché “l’impegno della comprensione e della progettazione della presenza della Chiesa nel mondo dei media digitali” richiede “di soffermarsi anzitutto sull’azione della Chiesa nell’attuale contesto per individuare forme attestabili di fedeltà al Vangelo”. Lo ha ricordato il card . Angelo Bagnasco, presidente della Cei, mettendo in guardia circa i due ordini di problemi che “gli scenari definiti dai media digitali presentano all’intelligenza credente e alla responsabilità progettuale della nostra Chiesa”. Il primo riguarda la “prospettiva missionaria dell’animazione culturale”, cioè “la questione di come la fede cristiana possa innervare le realtà che si vanno definendo, sia dal punto di vista della costruzione delle simboliche culturali personali che dal punto di vista delle strutture sociali”; il secondo, invece, comporta una “riflessione per comprendere le strade attraverso le quali rispondere alla domanda di come si possa esprimere il Vangelo nella contemporaneità”.Nuova opportunità. “La presenza di mezzi di comunicazione promossi esplicitamente dalla comunità ecclesiale non deve essere intesa in alternativa ad un impegno negli altri media, con i quali, anzi, si avverte l’esigenza d’intensificare il dialogo e la collaborazione” e su questo versante “le tecnologie digitali rappresentano una nuova opportunità”. Con queste parole mons. Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha ribadito che “non è nostra intenzione ‘occupare il web’, quanto piuttosto offrire anche in questo contesto la nostra testimonianza per alimentare la cultura e, quindi, contribuire alla costruzione del futuro del Paese”. Il segretario della Cei, inoltre, ha spiegato che la comunicazione non è “un ulteriore segmento della pastorale” ma “lo sfondo per una pastorale interamente e integralmente ripensata a partire da ciò che la cultura mediale è e determina nelle coscienze e nella società”.Linguaggio simbolico e poetico. “Il digitale è solo il più recente, mutevole scenario che ci interpella, il futuro in cui rischiamo di arretrare” e “a chi come noi è chiamato ad assaggiare e far gustare la novità dentro questa condizione in perenne divenire è richiesta a prima vista una impossibile missione” che “però non può essere elusa”. Per mons. Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, i comunicatori saranno chiamati ad usare “un linguaggio non meno razionale, ma certo meno intellettuale, meno argomentativo ed astratto, in favore di un linguaggio più simbolico e poetico che lasci emergere il legame profondo tra la fede e la vita vissuta, lo stesso linguaggio delle parabole di Gesù insomma” che è “capace di risvegliare i sensi, di riaccendere le domande sulla vita, di mostrare un Dio dal volto umano, di proporre la fede in modo non esterno alle battaglie e alle speranze degli uomini”. Pluralismo di fonti. “Questo è tempo di verità e di trasparenza e di credibilità. Il segreto e la riservatezza non sono valori che vanno per la maggiore. Bisogna essere in grado di non avere nulla da nascondere”. Così padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, ha evidenziato che “il prezzo che stiamo pagando ci dice che la nostra testimonianza deve essere di rigore e coerenza su ciò che siamo, contro ogni ipocrisia e doppiezza”. Secondo padre Lombardi bisogna “cercare di mettersi nel punto di vista dell’altro, capirne le domande e la mentalità, per fare un cammino insieme”. In questo senso, “chi ama la Chiesa” deve essere “molto responsabile nel conservare un giusto pluralismo di fonti ed espressioni ma nell’attenzione e al servizio del magistero e dell’autorità della Chiesa, altrimenti la comunità soffre tensioni che possono essere dirompenti”.