IMMIGRATI

Pensando ai loro figli

Quale pastorale nelle grandi città europee?

Dal 7 al 10 marzo 2010 si è tenuto a Barcellona il 21° incontro annuale “Pastorale dei migranti nelle grandi città d’Europa” che ha riunito responsabili e operatori pastorali provenienti da Vienna, Bruxelles, Lione, Francoforte, Colonia, Milano, Torino, Roma, Lussemburgo, Basilea, Barcellona, nonché esponenti delle Commissioni nazionali della pastorale dei migranti di Francia, Spagna e Svizzera. Il tema affrontato è stato: “I figli degli immigrati. Quale pastorale?”. Si tratta di una questione di fondamentale importanza per il futuro della Chiesa in Europa: come annunciare e far crescere la fede nelle nuove generazioni di origine immigrata, che stanno emergendo nelle nostre diocesi e che anno dopo anno costituiscono una porzione sempre più ampia della gioventù europea? Il convegno svoltosi a Barcellona certamente non aveva la pretesa di rispondere in modo completo a questa domanda, ma è stato un’occasione per prendere coscienza di una serie di questioni.Ne riferisce, per SIR Europa, Luisa Deponti, del Centro studi emigrazioni (Basilea), diretto da padre Graziano Tassello.Varietà di situazioni. In primo luogo, dalla presentazione dei contesti delle singole città europee emerge una certa varietà di situazioni. Da una parte abbiamo nazioni con una più lunga storia di immigrazione: Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo, in cui sono numerosi i figli (seconda generazione) o i nipoti (terza generazione) dei migranti, nati e cresciuti nel Paese di accoglienza. In Spagna e in Italia, mentre aumentano sensibilmente i figli nati da genitori stranieri, sono avvenuti negli ultimi anni massicci ricongiungimenti familiari, con l’arrivo di bambini o adolescenti, che spesso hanno vissuto per alcuni anni separati dai genitori e hanno frequentato la scuola in patria.In tutti i Paesi, tuttavia, emergono questioni cruciali come l’inserimento scolastico e professionale, che risulta fondamentale per l’integrazione nella società e la possibilità di sviluppare in modo sereno ed equilibrato la propria duplice appartenenza culturale e linguistica. Il bilinguismo, il sentirsi a casa in due culture sono, infatti, potenzialità presenti nei figli degli immigrati e una ricchezza per i Paesi europei che necessitano di essere opportunamente valorizzate. Eppure, persino nelle aree di più antica immigrazione, i risultati raggiunti in questo campo non sono ancora soddisfacenti. L’impegno della Chiesa ha, quindi, anche un carattere sociale, educativo e politico, allo scopo di garantire pari opportunità a tutti i giovani e di contrastare il diffondersi della xenofobia.Tre pastorali insieme. A Barcellona, pur concentrandosi sul contesto catalano e spagnolo, i partecipanti al convegno hanno messo in comune la loro ricerca riguardante la pastorale specifica per i figli degli immigrati cattolici. Ci si chiede come questi giovani, insieme ai loro coetanei autoctoni, possano diventare cristiani adulti e testimoniare la fede in una società sempre più contraddistinta dagli estremi di una secolarizzazione avanzata e di una varietà religiosa senza precedenti. Anche in questo caso, va tenuto conto delle diverse fasi dell’immigrazione. I ragazzi che arrivano per ricongiungimento familiare richiedono accoglienza e un accompagnamento pastorale che utilizzi soprattutto la lingua materna. Per coloro, invece, che nascono nel Paese d’immigrazione si pone la questione della partecipazione attiva all’interno della Chiesa locale, una partecipazione che non implichi la negazione delle loro radici religiose legate alla famiglia e, quindi, alla cultura di origine. Importante è ricordare che prima di essere “migranti” essi sono “giovani”, cioè pienamente partecipi degli stili di vita e dei linguaggi giovanili diffusi oggi a livello globale. Nell’età dell’adolescenza, questo può anche significare per molti l’abbandono della pratica religiosa e un adeguamento al contesto secolarizzato in cui vivono. Tra le proposte emerse vi è quella di una maggiore convergenza tra pastorale familiare, giovanile e migratoria: dare sostegno alla famiglia immigrata per favorire la trasmissione della fede ai giovani anche nel nuovo ambiente culturale in cui vivono. Inoltre, si fanno strada alcuni esempi di pastorale giovanile in cui giovani cattolici di origine straniera e autoctoni si incontrano per condividere il cammino di fede alla scoperta di una identità cristiana aperta e universale. Infine, la stessa Chiesa locale è sollecitata, grazie anche alla presenza di questi giovani, a testimoniare la sua cattolicità in un cammino di conversione verso l’accoglienza e la comunione tra le diversità.