CRISTIANI NEL CAUCASO
In un libro di Città Nuova una storia poco conosciuta
“Ogni reportage di viaggio ha la sua chiave di lettura. Ho scelto la presenza cristiana nel Caucaso. L’ho fatto scientemente, perché attraverso questa pur particolare lente d’ingrandimento penso sia più agevole cogliere i diversi ambiti della conflittualità – o della pacificazione – nella regione. Perché lì il cristianesimo è da sempre, cioè dall’epoca apostolica, iscritto nelle rocce delle montagne e nelle pietre delle case, oltre che nei cuori della gente”. Scrive Michele Zanzucchi nel suo reportage: “Sull’ampio confine. Storie di cristiani nel Caucaso”, pubblicato da Città Nuova Editrice.Un grande, immenso confine. Il Caucaso, spiega l’autore, è “una lunga e larga zona di frontiera, ampia e variegata, dalla steppa russa al deserto iraniano, più o meno 500 chilometri in linea d’aria: un grande, immenso confine, popolato da civiltà millenarie” e da diverse etnie che “non hanno lasciato tracce murarie e che pur sussistono ancora, fiere d’esistere. Le diversità faticano a coabitare nell’unità del Caucaso, e finanche a rispettarsi. Ma da millenni stanno lì” . Con la sua “lunga catena di monti che congiunge due mari, il Caspio e il Nero”, ricorda Zanzucchi, “tutta la regione è stata sovietica fino ai primi anni Novanta, subendo una violenza profonda, sia nei sentimenti religiosi che in quelli della convivenza civile”. Relegata nei cuori dei singoli, la fede “più che altrove ha saputo sopravvivere” e “ha ricominciato a diffondersi”, anche se “le ferite paiono profonde, e toccano i valori fondamentali della verità e della libertà, della solidarietà e della condivisione: il bene comune pare non esistere più, la libertà è ridotta alla semplice equazione consumista, la menzogna sembra nota comune nelle relazioni tra la gente”. Ma, “come sempre, dove c’è stata abbondanza d’odio, inciviltà e rapina, crescono in misura proporzionale anche amore, civiltà e generosità”, con esempi di convivenza pacifica. I cristiani all’incrocio. I cristiani del Caucaso, prosegue lo scrittore, sono posti di fronte a tre sfide: “C’è innanzitutto la sfida dell’ecumenismo, in particolare del dialogo cattolico-ortodosso (considerando ortodossa anche la Chiesa armeno-apostolica), in una terra in cui la presenza dei primi assume i connotati di esigua minoranza”. La seconda sfida è “quella del dialogo interreligioso, che nel Caucaso, terra di frontiera per eccellenza tra mondo cristiano e mondo islamico, è quasi esclusivamente una questione di rapporti e scontri islamo-cristiani. Certo, si contano altre religioni”, ma “è l’islam al centro del dialogo”: un “islam in massima parte tollerante, né arabo né persiano, sunnita di nome il più delle volte ma talvolta pure sciita, quasi sempre con regole autoctone di gestione della comunità – ad esempio i rapporti tra uomini e donne, sostanzialmente paritari – che pochi riscontri hanno nella shari’a”. Insomma, “violenza e terrorismo, che tanto peso hanno nella vita dei cittadini del Caucaso, non sono tanto un affare di religione, quanto di odio etnico e talvolta politico. E se la veste dell’odio è spesso religiosa, non bisogna lasciarsi ingannare”. La terza sfida, “quella forse più impegnativa”, è “il confronto con ateismo e agnosticismo, col materialismo pratico che ha scalzato il materialismo dialettico”. Il condomino di via Shogentsukova. Natalia Belikh è una giornalista. Vive in un condominio di via Shogentsukova, a Nalcik (capitale della piccola Repubblica autonoma della Cabardino-Balcaria). “Questo condominio – afferma Michele Zanzucchi – ha molto da dire a tutta la Cabardino-Balcaria, a tutto il Caucaso settentrionale, all’Europa, a tutto il pianeta. Addirittura. Perché qui non c’è quel melting pot alla statunitense che lascia tutto così com’è, né l’integrazione à la française che obbliga a cambiar di cultura, e nemmeno una convivenza londonian in cui si conservano le proprie abitudini sotto parvenze di egualitarismo. ‘Qui c’è reale integrazione’, mi spiega Natalia. E per dimostrarmelo, mi fa aprire le porte degli appartamenti”. Al secondo piano, una donna gli dice: “‘Mio marito era osseto, mio cognato è georgiano, mia sorella ha sposato un moldavo, mia cugina un daghestano, mia nipote un tedesco! Come possiamo farci la guerra quando siamo tutti parenti? E anche la religione non può scatenare la guerra; siamo musulmani, ma non sappiamo nulla di islam. Ci ricordiamo di Dio solo quando c’è bisogno”.Lo scultore di croci. Proseguendo il suo viaggio in Armenia (“fu il primo Stato al mondo ad adottare il cristianesimo come religione ufficiale, precedendo l’impero di Costantino”), in un vicolo del centro di Yerevan, Zanzucchi conosce uno scultore di croci: “‘Questo khatchkar l’ho scolpito per Tonino Guerra’, mi fa. Proprio le croci a bassorilievo sono i suoi capolavori. Gli chiedo perché le scolpisca: ‘Perché è la tradizione del nostro popolo, perché di croci ce ne sono tante nella vita che bisogna cercare, almeno, di renderle più belle'”.