ABORTO IN EUROPA
Impegnarsi culturalmente per la vita
Spesso si sente dire che l’Europa sta invecchiando e che, anche nel nostro Paese, le nascite sono in calo. Pochi, però, si interrogano sulle cause. È fuori luogo, ad esempio, pensare che una di queste sia l’aborto, ormai considerato un metodo di controllo delle nascite? L’Istituto europeo per le politiche familiari ha presentato a Bruxelles il rapporto sulla pratica dell’aborto. È stato stimato che negli ultimi 15 anni, solo nell’Europa comunitaria, 20 milioni di bambini non hanno visto la luce, e l’Italia, insieme alla Gran Bretagna, la Francia e la Romania fa parte del gruppo di testa di questa strage di innocenti. Una cifra impressionante: mancano all’appello 20 milioni di cittadini europei. Un ritmo che incalza: ogni 11 secondi – è stato calcolato – avviene un aborto. Per la verità, a queste cifre andrebbero aggiunti anche gli aborti praticati con preparati chimici ed eseguiti poco dopo il concepimento.In questo scenario, non mancano segni incoraggianti come le politiche messe in atto qua e là per sostenere la famiglia e chi decide di avere figli. Purtroppo, però, questo impegno non è sufficiente. La depenalizzazione dell’aborto, la sua permissione tramite legge hanno scalfito in profondità il modo di vedere la vita di milioni di persone. Ormai, l’aborto è entrato nella cultura.Contrastare l’aborto oggi è impegnarsi culturalmente per la vita, perché si tratta di rifare una concezione della vita. Si deve cominciare, ad esempio, a rifiutare una deriva del pensiero che risale a secoli fa. Una corrente di pensiero – chiamato nominalismo – ha insegnato che il bene è tale, perché è contenuto nelle legge; il male è così, perché è proibito. In questo senso, oggi, molti sono tranquilli di fronte all’aborto, perché è previsto dalla legge. Non è vero! Il bene e il male sono, prima di tutto, riconosciuti dalla ragione dell’uomo, illuminata e sostenuta dalla fede. A questo proposito, si comprende il valore dell’obiezione di coscienza.Davanti ad una legge che si rifiuta di punire il male o che lo autorizza l’uomo ha una forza innata per reagire: la propria coscienza. Tramite essa, supera le culture, le visoni del momento e raggiunge ciò che è vero sempre e universalmente; l’uomo, soprattutto, riconosce i diritti del Creatore. Uno dei maggiori difensori della dignità della coscienza è stato il card. J. H. Newman; in una lettera al duca di Norfolk, due secoli fa, scriveva parole oggi straordinariamente attuali: “quando gli uomini si appellano ai diritti della coscienza, non intendono assolutamente i diritti del Creatore, né il dovere che tanto nel pensiero come nell’azione la creatura ha verso di Lui. Essi intendono il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore, senza darsi il pensiero di Dio”. In questo caso non si è davanti alla coscienza, bensì – dice Newman – ad una sua contraffazione, che conduce ad affermare il diritto di agire a proprio piacimento.La coscienza, quella vera, cerca innanzitutto i diritti del Creatore; in questo senso, prima, ha dei doveri e, poi, dei diritti. Così, l’obiezione di coscienza nei confronti dell’aborto assume il valore della testimonianza che la vita non è tra i diritti dell’uomo, ma appartiene a Dio. Dove l’aborto non è più percepito come un crimine, appare evidente la diffusione dell’ateismo e del materialismo.Si può opporsi a tutto questo? Molte volte i miglioramenti avvengono nei luoghi dove si fa formazione capillare e personale. E la Chiesa ha ancora tanti di questi ambienti: sono, ad esempio, le parrocchie e i movimenti. Annuncio, predicazione, catechesi, confronto sono le piazze da cui ripartire. E, poi, i giornali e i mezzi di comunicazione di ispirazione cristiana, che svolgono una funzione irrinunciabile. Basti pensare al pietoso silenzio, a cui altri mezzi di comunicazione condannano dati come quelli relativi alla pratica dell’aborto.E ci sono i tantissimi buoni esempi: quelli di genitori che accolgono la vita nei figli e nelle persone sole o sofferenti; quelli di chi serve la vita, anche se non è “di qualità”. A questi va dato spazio, perché capaci di invertire la storia. Anche in Europa.