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Europa e territorio: un binomio per il futuro
Il concetto di territorio è stato introdotto nel dibattito europeo all’inizio degli anni 70. Fino a quell’epoca, dall’entrata in vigore dei Trattati Ceca prima (1952) e Cee ed Euratom poi (1957) – ma in realtà fin dal primissimo dopoguerra – si parlava di integrazione comunitaria di Stati sovrani che decidevano di mettere in comune alcune materie e di prendere assieme alcune decisioni: per evitare il ripetersi della guerra e per favorire lo sviluppo ed il benessere dei cittadini. Era l’Europa delle Nazioni. Grazie ai progressi delle Comunità ed ai successivi allargamenti a nuovi Stati membri, aumentando le Nazioni aumentava di conseguenza anche l’ambito di sovranazionalità (o, per dirla in Eurocratese, di transnazionalità). Frontiere, dunque, e non più solo dogane. Si dava così il la al processo di integrazione dei cittadini europei, scavalcando i dazi ed i commerci che fino ad allora l’avevano fatta da esclusivo padrone. Nasceva l’Europa dei Popoli, più elegantemente e forse romanticamente l’Europa delle Genti. A dir la verità, per un motivo o per l’altro Bruxelles ma in generale tutte o quasi le Cancellerie europee non hanno mai amato il binomio “Europa – Popoli”: troppo poco amministrativo, troppo poco controllabile. Si è quindi adottato il regionalismo europeo come strumento (anche giuridico, non solo politico) per gestire il passaggio dalla Comunità Europea all’Unione Europea. Gli anni 80 e 90 sono stati vissuti all’insegna dell’Europa delle Regioni: la politica regionale, gli aiuti di stato a finalità regionale, il Comitato delle Regioni composto da rappresentanti eletti degli enti locali come organo consultivo di Consiglio e Commissione, le Regioni e le loro accresciute competenze al centro vero o semivero delle riforme istituzionali.Tutto bello. A ben guardare, però, né le Nazioni né i Popoli o le Genti né tantomeno le Regioni hanno mai racchiuso – almeno negli occhi e nella mente del legislatore europeo – la nozione ampia di integrazione culturale che, nonostante le innumerevoli guerre (in Europa una in media ogni 19 anni fino al 1940!), da Carlo Magno (rex pater Europae) in poi costituisce l’unica radice solida di un continente che non può non essere inteso e vissuto come insieme di territori. Il patrimonio culturale condiviso, tramandato e conservato, tenuto vivo con sforzi a volte ai limiti del possible: le tradizioni, la religione, l’arte, la letteratura, la musica, l’architettura, la gastronomia, le professioni, i governi locali. Sono le espressioni di un territorio, di un corpus di territori, che molto più delle Regioni varcano i confini amministrativi e geografici per costituire il vincolo ideale tra la persona, la comunità in cui essa vive, la comunità allargata di cui fa parte e di cui è consapevole o meno erede, le comunità simili e/o assimilabili, in altri Paesi, e l’Europa unita. La ricca Europa, sempre più povera perchè impersonale e schiava delle statistiche economiche, si può arricchire solo se comprende e “sfrutta” la dote dei territori. Vale anche il contrario: i localismi e le singole tradizioni, per quanto di lunga storia e di vasta superficie, sono destinati ad impoverirsi se non si arricchiscono della cittadinanza europea, della possible e necessaria fusione tra globale e locale (glocal, scrivono i sociologi e gli scienziati della politica del III millennio).Non per nulla, dal 2004 in avanti nelle Gazzette Ufficiali Ue si parla anche di coesione e di cooperazione territoriale, laddove il termine territorio viene inteso non solo come dato amministrativo, ma anche come patrimonio culturale comune e condiviso ora all’interno dei confini nazionali, ora all’insegna della transfrontalierità. Tranfrontalierità e transterritorialità che a maggior ragione imperano sulle nuove forme di socializzazione e di comunicazione dell’uomo: internet, la tecnologia satellitare, le comunicazioni in tempo reale, che grazie alla riduzione delle distanze e degli ostacoli si nutrono dell’assioma “il mondo è un solo territorio”. E forse va bene così, a patto sempre di avere rispetto e misura dei mezzi, degli altri e di noi stessi.”Europa-territorio” è un binomio che crediamo valga la pena approfondire e valorizzare. La terra – oltre ad essere un punto di origine certo – costituisce anche un rifugio sicuro in tempo di burrasca: non un punto di arrivo, bensì un punto dal quale ripartire. Proprio ciò di cui ha bisogno il processo di integrazione europea, proprio ciò di cui società ed economia hanno oggi, drammaticamente, bisogno.