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Balcani, crederci ancora

Ingresso nell’Ue: da un rinvio all’altro

È inutile negarlo: c’è una sorta di pericoloso “rilassamento” che aleggia nelle Cancellerie occidentali a proposito dei Balcani. Un atteggiamento capace, seppure velatamente, di frenare quella corsa all’integrazione europea che, solo qualche anno fa, sembrava dovere (e volere) procedere in maniera inarrestabile per coinvolgere entusiasticamente il prima possibile tutti i Paesi della ex-Jugoslavia.L’allargamento dell’Ue a 27 Stati ha evidenziato le difficoltà di governo di una realtà cresciuta troppo in fretta quale si presenta, oggi, l’Unione. I “Grandi” hanno dovuto fare i conti con una sorta di impotenza nel doversi considerare alla pari – a livello decisionale – di realtà numericamente inferiori per abitanti, territorio ed economia. Il Trattato di Lisbona potrà certamente contribuire ad oliare meccanismi un po’ arrugginiti ma per entrare a regime richiederà tempi non immediati.Di qui una diffidenza di fondo verso nuovi allargamenti.La lunga controversia fra Slovenia e Croazia sulla questione dei reciproci confini è stata poi vissuta con distacco (se non vista con fastidio nel suo protrarsi) dalla maggior parte dei Governi dell’Unione. Se per Austria, Ungheria ed Italia l’interesse era motivato dal comune confine ma anche dall’impegno di tutela delle proprie minoranze presenti nei due Stati contendenti, altrettanto non poteva dirsi per il resto dell’Ue. Non era facile per Londra, Copenhagen o Berlino comprendere perché Lubiana fosse così irremovibile nel subordinare il proprio consenso all’avvio del confronto con Zagabria alla risoluzione di protocolli che, a ben vedere, riguardavano aree limitate terrestri e marittime. Una lunga “guerra” di posizione che ha logorato anche i più esperti diplomatici europei.Per la Croazia il 2011 dovrebbe essere l’anno buono per l’adesione all’Ue, come prospettato anche dal premier italiano Berlusconi nel suo incontro di inizio febbraio con la collega croata Jadranka Kosor.Ma dopo? Il rischio, come accennavamo, è che a questo punto la diplomazia europea “tiri i remi in barca” rinviando “sine die” quell’allargamento di cui i Balcani hanno, invece, sempre più bisogno per proseguire sulla difficile via della pace.Gli equilibri raggiunti sono ancora troppo fragili per essere considerati definitivi. Nel mirino, in questo momento, è soprattutto la Bosnia-Erzegovina.Lo stato di confusione in cui versa ancora il Paese è testimoniato dalla sua esclusione dalle nuove regole che hanno permesso a dicembre l’ingresso senza visto nei Paesi dell’area Schengen dei cittadini di Serbia, Montenegro e Macedonia; contemporaneamente la Nato ha risposto negativamente alla richiesta di Sarajevo di entrare nella Membership Action Plan (Map), la procedura di ingresso nella Nato adottata nelle più recenti tappe dell’allargamento dell’Alleanza.Nel mese di gennaio il governo della Republika Srpska – entità della Bosnia-Erzegovina a maggioranza serba – ha annunciato di voler organizzare in febbraio un referendum sugli Accordi di Dayton. E subito da Zagabria è stato minacciato l’intervento militare ove ciò portasse alla secessione della Republika dalla Bosnia-Erzegovina. Nel frattempo la Corte europea per i diritti umani ha stabilito che la costituzione bosniaca – uscita faticosamente dagli Accordi di Dayton – viola i diritti delle minoranze e va cambiata.E questo, con un’Europa impegnata con ben altri problemi, non sarà certamente facile. L’importante è crederci ancora.