PARLAMENTO UE
Questioni internazionali e aiuti alle comunità emarginate in Europa
Il Parlamento europeo prende confidenza con il nuovo Trattato di Lisbona, che assicura all’assemblea maggiori poteri legislativi. La bocciatura dell'”accordo Swift”, proposto dal Consiglio, sul trasferimento di dati bancari agli Stati Uniti è un chiaro segnale in tal senso. Nel frattempo l’Eurocamera “marca stretto” la Commissione, entrata in carica da pochi giorni, alle prese con una serie di questioni urgenti di carattere economico (la risposta alla crisi), ambientale, sociale. Si moltiplicano nel frattempo le preoccupazioni relative allo scenario internazionale: il dopo-terremoto ad Haiti, il nucleare di Teheran, il Medio Oriente, la Birmania.Iran, Haiti, Ucraina. Sull’Iran l’Emiciclo si è pronunciato nel corso dell’ultima plenaria (8-11 febbraio) svoltasi a Strasburgo. I deputati hanno condannato la posizione del governo che ostacola la cooperazione internazionale, perpetuando – soprattutto mediante gli esperimenti nucleari – una situazione di minaccia e di instabilità per l’intera regione mediorientale; hanno deplorato l’uso della forza contro le manifestazioni popolari degli ultimi mesi e la cancellazione, da parte delle autorità di Teheran, di una visita ufficiale che una delegazione Ue avrebbe dovuto effettuare a gennaio. Per Haiti il Parlamento insiste nel chiedere all’Ue un’azione su due fronti: aiuti umanitari immediati, consistenti stanziamenti di bilancio e volontà politica per sostenere la ricostruzione. Resta poi costante l’attenzione su altri temi di politica estera: dall’organizzazione del Servizio esterno, affidato all’Alto rappresentante Catherine Ashton, alla stabilizzazione democratica in Ucraina; dai prossimi negoziati sul cambiamento climatico ai rapporti con l’area balcanica.Birmania: elezioni e diritti umani. Sempre a proposito di temi internazionali, gli eurodeputati guardano con preoccupazione a quanto accade in Birmania. Indipendente dal 1948, il Paese asiatico è sotto un ferreo regime militare dal 1962. Le ultime elezioni libere risalgono al 1990, con l’affermazione della Lega nazionale per la democrazia, partito di guidato da Aung San Suu Kyi. Ma quel voto è stato successivamente annullato: la leader democratica da allora ha subito vari arresti e restrizioni di libertà, mentre le proteste vengono soffocate con la violenza e il ricorso ai lavori forzati per i “nemici” del regime è strumento ricorrente. Nel 2010 sarebbero previste nuove elezioni legislative, ma si profila il rischio che queste si svolgano in un clima tutt’altro che sereno, libero e democratico. Il Parlamento europeo in una risoluzione indica il necessario rispetto dei diritti umani e la liberazione della San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991; critica con asprezza il divieto imposto alla principale rappresentante dell’opposizione di candidarsi alla guida del Paese. Tutti i gruppi politici presenti in Assemblea condannano il regime militare, che non mostra rispetto per i diritti fondamentali dei cittadini e soffoca con la forza anche le proteste pacifiche dei monaci buddisti e dei fedeli di qualsiasi religione. Ma la Birmania rappresenta anche un problema a carattere sociale e umanitario: dopo gli scontri del luglio 2009 migliaia di persone hanno lasciato il Paese e alle sue frontiere si trovano circa 150mila profughi. Per questa ragione il Parlamento insiste affinché la Commissione proroghi gli aiuti umanitari ai rifugiati sul confine birmano-tailandese. Una casa per chi è nel bisogno. Sul versante interno si posiziona invece un recente provvedimento assunto dall’Emiciclo, il quale ha adottato un regolamento che permetterà alle comunità emarginate di tutti gli Stati membri di beneficiare dei fondi comunitari per la ristrutturazione di alloggi. Dopo un negoziato con il Consiglio, gli eurodeputati hanno varato una modifica agli strumenti per l’utilizzo del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) “al fine di estendere a tutti gli Stati la possibilità di ricorrere ai finanziamenti Ue per ristrutturare, rinnovare o sostituire le abitazioni esistenti delle comunità emarginate che vivono nelle zone urbane o rurali”. Tale possibilità era finora riservata ai 12 Stati membri che hanno aderito dopo il 2004. In sostanza le spese per l’edilizia abitativa, eccettuate quelle per i miglioramenti dell’efficienza energetica e per l’utilizzo di energie rinnovabili, “sono ammissibili per le zone colpite o minacciate dal deterioramento fisico e dall’esclusione sociale”. Per gli Stati di recente adesione si fa riferimento a progetti nell’ambito dello sviluppo urbano integrato, per tutti gli altri si parla di “approccio integrato per le comunità emarginate”. Le spese (per un totale del 3% del Fesr) “potranno essere destinate al rinnovo delle parti comuni in alloggi multifamiliari esistenti e al rinnovo e cambio d’uso di edifici di proprietà di autorità pubbliche o di operatori senza scopo di lucro da destinare a famiglie a basso reddito o a persone con esigenze particolari”: si pensa, ad esempio, a famiglie numerose, nuclei con persone disabili o non autosufficienti, indigenti, soggetti emarginati, stranieri.