FAMIGLIA

L’Europa in affanno

L’impegno della Chiesa e il ritardo della politica

“Creare piattaforme di informazione e incontro” tra rappresentanti di Chiesa, associazioni, movimenti, persone impegnate a sostegno della famiglia e a tutela della vita per “programmare interventi chiari, consistenti e sistematici, realmente rappresentativi e capaci di promuovere e difendere la famiglia, i suoi valori e diritti”. Questo, secondo Maria Teresa da Costa Macedo, consultore del Pontificio Consiglio per la famiglia e già segretario di Stato per gli Affari della famiglia del governo portoghese, uno dei principali compiti cui sono chiamate le pastorali familiari nei diversi Paesi europei. Intervenuta alla XIX assemblea plenaria del dicastero vaticano, che si è svolta dall’8 al 10 febbraio sul tema dei diritti dell’infanzia nel XX anniversario della Convenzione internazionale Onu (20 novembre 1989), da Costa ha offerto una fotografia della famiglia in Europa indicando alcune piste per la pastorale.Tra mutamenti e criticità. In tutto il continente, afferma l’esperta, “l’ambiente naturale per la crescita della vita umana è la famiglia”; quest’ultima, tuttavia, ha conosciuto recenti e importanti cambiamenti nel “suo modo di vivere” e nel “suo sistema di valori”. Due gli aspetti più rilevanti di questa trasformazione dovuta a fattori politici, economici e sociali: “l’accresciuta indipendenza delle donne e il loro impegno professionale fuori casa”, cui si affianca un ruolo maschile “all’interno della società e della famiglia” che da Costa definisce “ambivalente”. Ulteriore elemento di novità è il rafforzamento “dell’intervento politico degli Stati a tutti i livelli: sociale, economico e culturale” che, “invadendo la sfera privata della persona, della famiglia e delle comunità” ne condiziona “libertà e autonomia”. Nel richiamare un intervento a Fatima (ottobre 2006) del card. Jean-Pierre Ricard, vicepresidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (Ccee), sulla situazione della famiglia nel continente, da Costa elenca le principali preoccupazioni poste in luce dal porporato: riduzione del numero dei matrimoni, aumento dei divorzi e delle convivenze (soprattutto tra i giovani), caduta esponenziale della natalità, aumento di nascite al di fuori del matrimonio, legalizzazione di unioni e matrimoni tra persone dello stesso sesso (realtà effettiva già in 6 Paesi su 27) e della loro possibilità di adottare figli, crescita di famiglie monoparentali, promozione dell’ideologia “di genere”.Informare e mobilitare. Secondo da Costa, gli Stati europei “non favoriscono la difesa e la promozione della famiglia”, e le loro politiche sono volte a “consacrare nuove rivendicazioni elevandole al rango di diritti umani: aborto, divorzio, eutanasia, matrimonio tra omosessuali”, fino a chiederne “il riconoscimento da parte della legge”. In questa dominante “cultura antifamiglia e antivita” si sono sviluppate “all’interno dei parlamenti e dei governi alcune lobby” che, mette in guardia l’esperta, tendono a far passare “come manifestazione di modernità la disgregazione dell’identità maschile e femminile, l’eutanasia, la selezione genetica, i programmi di controllo delle nascite”. Ecco perché “è urgente diffondere un’informazione corretta in grado di influenzare i decisori politici e i media”. Questi ultimi, in particolare, strumenti spesso “contro la vita e la famiglia, responsabili di una pubblica informazione che fa più appello alle emozioni che alla riflessione”.Una cultura della vita. In questo scenario, prosegue da Costa, la maggior parte delle Conferenza episcopali europee “ha presentato nuovi modelli di pastorale per la famiglia, più aggiornati e dinamici”. Al di là delle specificità nazionali, i vescovi del continente ritengono che questa pastorale debba incentrarsi su “tre assi di promozione e difesa: la dignità della persona umana, la santità del sacramento del matrimonio, l’inviolabilità della vita e della famiglia”. Di fronte alla ricerca scientifica sull’embrione, alla clonazione riproduttiva e/o terapeutica, all’eugenetica e all’eutanasia “è decisivo l’impegno per una cultura della vita” sostiene da Costa. Di qui l’importanza che “i responsabili delle comunità ecclesiali siano preparati a rispondere adeguatamente al discorso culturale, sociale e politico” su questi temi per evitare “le incomprensioni e le esitazioni che spesso determinano l’assenza e l’incapacità dei cristiani di intervenire e partecipare, proprio quando l’espressione della maggioranza silenziosa è indispensabile e in molti casi decisiva”. Come hanno spesso affermato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, le pastorali della famiglia e della vita, conclude l’esperta, “sono chiamate a promuovere una formazione specifica e approfondita”, pur nella peculiarità di ogni Paese che determina differenze nella pratica pastorale. Obiettivo comune, la “missione ecclesiale e sociale” di favorire “la partecipazione competente e dinamica dei cristiani” e di “riconoscere la cittadinanza della famiglia e il suo fondamentale ruolo nell’edificazione di una società più giusta”.