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Democrazia partecipativa e Trattato di Lisbona
Una delle novità più interessanti introdotte con il Trattato di Lisbona, tra i molti miglioramenti istituzionali e procedurali, riguarda la vita democratica dell’Unione europea. Ad ogni cittadino viene riconosciuto formalmente il diritto “di partecipare alla vita democratica dell’Unione” – da cui deriva l’obbligo, per le istituzioni, di far sì che “le decisioni siano prese in modo più aperto e più vicino possibile cittadini” – e nel contempo si riconosce che i “cittadini dell’Unione, in numero di almeno un milione e che abbiano la cittadinanza in un numero significativo di Stati membri” possono formulare proposte per iniziative legislative. Tutto ciò mostra che l’Unione europea è finalmente pronta ad abbandonare la sua caratteristica originaria di unione di Stati. Ciò viene sottolineato anche dal principio di “democrazia partecipativa” nelle disposizioni dedicate al dialogo con la società civile e al dialogo con le Chiese. Si tratta di una novità, qualcosa di sconosciuto per le costituzioni degli Stati nazionali, per non parlare dei trattati internazionali. I due dialoghi e il principio su cui essi si basano, che mira a includere nelle considerazioni delle istituzioni europee i punti di vista, le preoccupazioni e le esperienze di due importanti settori della vita sociale per realizzare la politica e il diritto, potrebbero costituire un esempio da imitare nei dibattiti costituzionali futuri. In effetti essi esprimono un’idea moderna di democrazia e un’esigenza di partecipazione della parte coinvolta della popolazione. I metodi della democrazia partecipativa sono il dialogo e la consultazione. La prassi idonea per realizzare tali metodi resta ancora da sviluppare. Ci si potrà ispirare alla cooperazione informale tra le Ong, da tempo sperimentata, ma anche all’attività delle rappresentanze delle Chiese e delle comunità religiose accreditate a Bruxelles e ai servizi europei, nonché alle procedure sviluppate per decenni dal Comitato economico e sociale europeo, all’esperienza della società civile. Consultazione e dialogo non significano in alcun modo codeterminazione e codecisione, poiché si continua ad applicare il principio che “il funzionamento dell’Unione si fonda sulla democrazia rappresentativa”. Il settore della società civile comprende le associazioni e le organizzazioni sostenute dall’impegno – volontario sociale, caritativo, culturale o di altro tipo – di cittadine e cittadini. Prescindendo dal fatto che, con il loro impegno e le loro attività, queste persone difendono in molti casi anche interessi di importanza generale che non trovano patrocinatori nei parlamenti, la loro opera spesso offre punti di vista che possono essere particolarmente significativi per le istituzioni europee in fase di elaborazione delle leggi o di determinati progetti e politiche. Su un altro livello è posto il settore cui appartengono le Chiese e le comunità religiose. Anche qui vengono rappresentati interessi; tuttavia, in questo caso si tratta piuttosto di un orientamento generale, di questioni relative al senso e all’etica dell’attività politica che mira all’unione dell’Europa e della sua realizzazione. Perciò, questo settore è menzionato anche in un articolo in cui si afferma: “Riconoscendo l’identità e il contributo specifico, l’Unione mantiene un dialogo aperto, trasparente e regolare con tali chiese e organizzazione”. Dialogo e consultazione, significa che le due parti coinvolte, ovvero da un lato l’Unione europea e le sue istituzioni, dall’altro le organizzazioni della società civile, le Chiese e le comunità religiose, devono imparare e trarre profitto da questa interazione. Non si tratta solo di far sì che le istanze politiche o amministrative ascoltino o prendano informazioni dai partner, ma che venga realizzato uno scambio, un arricchimento reciproco, a vantaggio di tutte le parti e dell’intero sistema, in tutte le sue dimensioni politiche, sociali e spirituali.