VESCOVI UE E USA

Voci dalla Terra Santa

A Nablus una parrocchia “europea”

San Giustino di Nablus, martire cristiano e Padre della Chiesa, autore di famosi scritti come “Prima Apologia dei Cristiani” e “Seconda Apologia dei Cristiani” che lo fanno uno dei primi difensori del pensiero cristiano. Non è casuale, quindi, che la parrocchia cattolica latina della città palestinese, a circa 60 km. a nord di Gerusalemme, sia proprio a lui dedicata. La comunità è composta da meno di 300 fedeli, i cristiani nella loro totalità, con ortodossi e melchiti, non arrivano a 700. Una esigua minoranza se rapportata agli oltre 300 mila abitanti, di fede islamica. Tuttavia non manca in questa comunità ecclesiale il senso di appartenenza e di identità. Grazie anche al dinamismo del suo parroco, padre Johnny Abu Khalil, palestinese di Gerusalemme, con un passato nelle maison di moda francesi ed oggi sacerdote del clero del Patriarcato latino. “Siamo molto rispettati, qui in città, non abbiamo mai avuto problemi seri, e i rapporti con i nostri fratelli musulmani sono veramente buoni” spiega a Daniele Rocchi, inviato di SIR Europa, mentre prepara l’accoglienza ad una rappresentanza dei vescovi Ue ed Usa del Coordinamento per la Terra Santa, a Gerusalemme (fino al 14 gennaio), per portare vicinanza e supporto ai cristiani locali.Un esempio da seguire. E che l’attesa sia palpabile lo si capisce dalla piccola folla davanti l’ingresso del centro parrocchiale, dove in ordine sono allineati gli scout in alta uniforme con tanto di grancassa, tamburi e cornamuse. “E’ il modo – sottolinea padre Khalil – per comunicare la nostra gioia di avere come ospiti coloro che tanta vicinanza e solidarietà materiale e spirituale ci mostrano ormai da tempo”. Ed è veramente così: la parrocchia di san Giustino può essere additata, infatti, come interessante esempio di cooperazione ed aiuto con alcune parrocchie europee. “Innanzitutto – racconta il sacerdote – durante i miei studi in seminario sono stato ‘adottato’ dalla parrocchia di Camnago, in diocesi di Como, che così mi ha permesso di diventare prete. Un legame che non si è interrotto nemmeno adesso che sono diventato parroco. La comunità comasca continua a starci vicino, sta pensando agli arredi del centro pastorale ed organizzando anche dei pellegrinaggi che prenderanno il via proprio da san Giustino a Nablus. L’incontro e l’amicizia che ne scaturisce con i fedeli locali, è una potente spinta a restare in Terra Santa”. Nella parrocchia, opera un asilo, finanziato da fedeli tedeschi e svizzeri, che uniscono le loro forze anche per venire incontro ai bisogni della scuola del Patriarcato, che ha 600 alunni, dei quali, solo 60, sono cristiani. Una mano tesa. Ma la cosa più interessante è l’iniziativa messa in piedi dalla parrocchia inglese di santa Cecilia, a Liverpool, guidata da padre Mark Madden. “Nel 2005, per celebrare il centenario dell’istituzione della parrocchia – racconta il sacerdote inglese – abbiamo deciso di intraprendere un gemellaggio con una della Terra Santa e l’allora patriarca latino, Michel Sabbah, ci suggerì san Giustino a Nablus”. “Dopo un inizio un po’ difficile abbiamo intrapreso un viaggio nell’amicizia, nella condivisione e nella speranza” aggiunge tenendo stretto in mano una statua in legno di olivo che ritrae Gesù e la samaritana al pozzo di Giacobbe, che si trova a Nablus, e un gagliardetto degli scout. Se si potesse riassumere la storia dell’amicizia tra queste due parrocchie, di Liverpool e di Nablus, in tre oggetti, non ci sarebbero dubbi: “il tabernacolo, le divise degli scout e le cornamuse. Il tabernacolo – dice padre Madden – lo abbiamo donato alla comunità per dire che nella preghiera siamo uniti e vicini, e che non saranno mai soli, le divise degli scout per dire l’importanza dei giovani nel futuro dei cristiani locali e non. Il gruppo scout di Nablus, infatti, è formato anche da musulmani e ciò riveste un grande significato. Le cornamuse, ben tre, indicano lo scambio di culture ed è bello vedere come ci siano giovani che si stanno impegnando a suonarle. Non si tratta di donare qualche migliaio di dollari ogni anno alla parrocchia di Nablus, ma di arrivare dove loro non riescono, tendere loro la mano. Per questo, sono venuti di recente a Liverpool, tre parrocchiani di padre Khalil, per conoscerci e per riferire direttamente sulla vita della loro Chiesa. Scambiarsi amicizia e aiuto smonta ogni idea di assistenzialismo che rifiutiamo. Quello del gemellaggio, insieme al pellegrinaggio, può essere uno strumento utile per abbattere muri e distanze”. Particolarmente colpito dalla visita a Nablus è anche il segretario generale del Ccee, padre Duarte da Cunha: “Ho visto una bella parrocchia, una comunità attenta, attiva, direi normale con questo termine si dovessero contrastare alcune idee sui cristiani locali che li descrivono, poveri, abbandonati, in balia della situazione che, è noto, è drammatica. Ho visto, invece, gente con una grande fede, identità e senso di appartenenza alla Chiesa universale”.