editoriale
Segnali incoraggianti dopo le elezioni in Kosovo
Da mercoledì scorso, 15 dicembre, l’area Balcanica è un po’ meno isolata dal resto dell’Europa. Da quella data anche i cittadini di Albania e Bosnia-Erzegovina, infatti, godono della liberalizzazione dei visti per accedere ai Paesi aderenti al Trattato di Schengen: un anno fa, analogo diritto era stato concesso ai loro conterranei di Montenegro, Macedonia e Serbia. Un’apertura delle frontiere che consente anche a questi due Stati – fra l’altro – di compiere un passo significativo nel percorso di adesione all’Unione europea. Con tutte le conseguenze che ciò comporta per il futuro del Vecchio Continente.A questo punto l’unico Stato compreso in quella che era stata la ex Jugoslavia a rimanere fuori dal “Sistema Schengen” è il Kosovo. E proprio la promessa della liberalizzazione dei visti è stato uno dei cavalli di battaglia della propaganda elettorale del leader kosovaro Hashim Thaci nelle elezioni anticipate che hanno coinvolto il suo Paese, domenica scorsa: un appuntamento significativo in quanto era la prima volta che i kosovari si recavano al voto dopo la autoproclamata indipendenza dalla Serbia del febbraio 2009. Dalle urne la maggioranza relativa è stata assegnata al Partito democratico (Pdk) di Thaci, capace di ottenere l’appoggio di un elettore su tre. È stata premiata la politica di apertura all’Ue e all’Alleanza atlantica che il premier uscente ha portato avanti durante il suo mandato: una strada, di fatto, obbligata considerato come il Paese abbia bisogno vitale degli aiuti internazionali per sostenere un’economia incapace di reggersi in piedi da sola e minata da una corruzione dilagante. Non a caso nel programma di Thaci era presente anche la promessa di un aumento delle assunzioni nel settore pubblico: un tentativo di combattere una disoccupazione che nel Paese raggiunge cifre da record. Dai suoi concittadini il primo ministro sperava di ottenere un appoggio consistente per presentarsi alla guida di un governo forte ai prossimi negoziati con Belgrado.Sulle votazioni di domenica si è allungata l’ombra delle irregolarità nei seggi mentre il dato ufficiale dell’affluenza alle urne (stimata nel 48%) appare del tutto aleatorio in un Paese dove le liste elettorali si basano sul censimento del 1981: quello che è certo è che la minoranza serba a nord di Mitrovica ha disertato le urne, mentre quella a sud dell’Ibar (il fiume che divide in due la città simbolo della divisione serbo-kosovara) ha partecipato alla votazione.E proprio la pacificazione fra musulmani kosovari e ortodossi serbi deve rappresentare un dato irrinunciabile per il futuro di quest’area balcanica: come sottolinea papa Benedetto XVI nel messaggio per la prossima Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2011), il dialogo interreligioso diviene elemento fondamentale per la costruzione del bene comune.Passata l’euforia per l’indipendenza, il Kosovo ha oggi bisogno di conquistare la fiducia dell’opinione pubblica internazionale, specialmente di quegli Stati che non ne hanno ancora riconosciuto l’esistenza. Compito non facile per un premier discusso quale Thaci al quale il rapporto redatto dal senatore svizzero Dick Marty per il Consiglio d’Europa (e reso noto mercoledì scorso) imputa pesanti e dirette responsabilità in “trattamenti disumani e traffici illeciti di organi nel Kosovo” qualificandolo come “boss criminale”. Il documento, che ha preso spunto dalle memorie di Carla Del Ponte (procuratore capo del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia dal 1999 al 2007) non è certo tenero anche con la comunità internazionale accusata di non avere dato il giusto rilievo alle accuse che agli esponenti kosovari erano già state avanzate in passato.