EDITORIALE

L’Europa delle Regioni

Una realtà che merita di crescere

Affermare che le Regioni oggi in Europa svolgano un ruolo di secondo piano fotografa una realtà solo parziale. O meglio, una realtà sulla carta. Carta con la C maiuscola, dal momento che dai Trattati si evince per le Regioni un ruolo poco più che consultivo, indipendentemente dalla forma giuridico-amministrativa che viene loro assegnata nel quadro degli ordinamenti istituzionali interni dei Ventisette.Esiste infatti il Comitato delle Regioni dell’Unione Europea (CdR), organo per l’appunto consultivo che rappresenta altresì enti locali di rango inferiore, chiamato a formulare Pareri su ogni proposta legislativa che la Commissione esecutiva emana su impulso del Consiglio dei Ministri e/o di propria iniziativa. Se al fatto che i Pareri del CdR non sono vincolanti per il processo decisionale comunitario si aggiunge la scarsa incisività politica della maggioranza dei suoi 344 componenti, la somma è presto tirata.Pur di fronte ad una teoria limitante, la pratica ha assunto nel corso degli ultimi anni dimensioni diverse. L’Europa delle Regioni costituisce infatti una realtà concreta almeno laddove le Regioni stesse godono di ampi poteri (autonomi, federali) in seno agli Stati membri di appartenenza. Parliamo ad esempio di Germania, Belgio, Spagna ed Italia, Paesi le cui Regioni sono sempre più presenti a Bruxelles e – soprattutto – negoziano direttamente con la Commissione gran parte dei programmi e degli investimenti finanziati dall’Unione Europea. Non si tratta solo quindi di Regioni come beneficiari finali dei Fondi Strutturali la cui erogazione sottosta a mediazione da parte delle Autorità nazionali competenti: è oramai prassi consolidata il contatto diretto tra Regioni e Ue, dove il “filtro” statale equivale in molti casi ad un mero accompagnamento delle delegazioni regionali.E’ vero che le proposte di riforma della nuova politica di sviluppo regionale e di coesione dopo il 2013 presentano uno scenario allarmante: meno soldi, meno opportunità di colmare le disparità socio-economiche tra le Regioni europee che invece di diminuire aumentano. Ma il paragone con il passato non può e non deve essere fatto sulla quantità dei fondi erogati, bensì sulla qualità della spesa. Che certo non è sempre stata all’altezza delle aspettative e degli impegni: non solo di sprechi si tratta, ma anche di incapacità di Stati e Regioni a gestire investimenti a 360 gradi.Ed è per questo motivo che i tagli alla politica regionale – probabilmente inevitabili ed anche comprensibili alla luce sia delle esperienze del passato sia dell’attuale situazione economica – vanno visti come un’opportunità per le Regioni ed il regionalismo europeo di “diventare grandi”: ma per questo gli apparati regionali sono chiamati ad accrescere il loro potenziale di negoziato, pianificazione, spesa e gestione dei fondi comunitari. L’attuale fase politica è propensa ad un ruolo più incisivo da parte delle Regioni: l’Ue lo vede generalmente di buon occhio, la maggior parte dei Governi anche (si tratta tra l’altro di un aiuto concreto alla macchina statale), i cittadini lo chiedono da tempo. Perchè è senz’altro meglio 1 Euro speso bene a livello locale che 10 Euro buttati ai quattro venti.