ISLAM IN EUROPA
Parla l’antropologa Dounia Bouzar
Dounia Bouzar è antropologa presso il “Cultes et Cultures Consulting”, osservatorio del fatto religioso nel mondo del lavoro francese. Il suo ultimo lavoro si intitola “La Repubblica o il burqa, i servizi pubblici di fronte alla manipolazione dell’Islam”, un’indagine nelle scuole, ospedali, mense, piscine, riguardante le risposte date alle rivendicazioni musulmane. Bouzar ha partecipato alla recente Settimana sociale di Francia, (Parigi 26-28 novembre), sul tema “Migranti, un avvenire da costruire insieme”, in cui ha affrontato l’integrazione delle persone che vengono da Paesi di cultura e fede musulmana. SIR Europa l’ha intervistata.Quale contributo possono dare i musulmani per costruire una società europea più moderna e rispettosa della religione?“Penso si possa affermare che i musulmani fanno esplodere la differenza tra la teoria e la pratica della laicità. In realtà, nei Paesi membri dell’Ue la libertà di coscienza di tutti i cittadini è teoricamente garantita. Il diritto europeo ricorda che la libertà di confessione fa parte dei diritti fondamentali, e questo comprende anche il diritto di manifestare il proprio credo religioso, in privato o in pubblico, individualmente o collettivamente, a condizione di rispettare le altre libertà di coscienza. Ma nella realtà, a seconda dei Paesi, viene chiesto ai credenti di ‘mantenere la propria fede’ all’interno della propria sfera privata. È il caso della Francia, dove esiste un vero e proprio divario tra quello che io definisco la ‘laicità narrativa’ (storia della laicità raccontata dai francesi dove si dovrebbe nascondere la propria fede) e la ‘laicità giuridica’ (sistema giuridico realizzato dagli estensori della legge del 1905 affinché tutti i cittadini possano convivere indipendentemente dalle loro coscienze)”.Anche in Europa assistiamo alla crescita del radicalismo religioso tra i giovani. L’educazione è una risposta o servono anche altri elementi?“Per parlare del radicalismo si dovrebbe iniziare col saper riconoscere la differenza tra ciò che riguarda l’islam e ciò che riguarda il radicalismo. I politici sanno farlo quando si tratta di ebrei e cristiani. Per l’islam, esitano: mettere il burqa, è una manipolazione dell’islam utilizzata da gruppuscoli settari allo scopo di indottrinare una parte dei giovani e far credere loro di essere superiori agli altri musulmani oppure è una semplice pratica dell’islam come essi pretendono? In Francia il burqa è stato vietato ma nei dibattiti se n’è parlato come se si trattasse di una semplice applicazione letterale dell’islam. Ciò ha convalidato l’interpretazione dei gruppuscoli, nel momento in cui non era difficile ricordare che l’islam ha quattordici secoli mentre si parla di burqa solo da settant’anni. In compenso le giovani donne che portano il foulard per scelta, perché procura loro il conforto di sentirsi in relazione con Dio, sono perseguitate nella società francese, anche quando è di colore e di ‘look francese’: sono percepite come ‘complici dei talebani’. Eppure il foulard fa parte della pratica musulmana, anche se il suo aspetto obbligatorio è al centro dei dibattiti. Le rappresentazioni negative dell’islam provocano una gestione a volte lassista e a volte discriminante nei confronti dei musulmani. E l’amalgama giova sempre ai radicali. Credono di combatterli ma ogni giorno i politici ne aumentano il potere, denigrando la loro definizione di islam”.Islam e laicità: relazione possibile e attuale tra i musulmani in Europa?“Il contesto francese è un buon esempio di relazione tra islam e laicità, poiché la prima generazione di francesi di fede musulmana nata in Francia si è trovata in una situazione inedita: tutti i loro interlocutori dicevano che l’islam era incompatibile con la laicità. Da un lato i musulmani non francesi percepivano la laicità come rifiuto delle religioni e della verità divina, dall’altro i francesi non musulmani immaginavano che per diventare laici i giovani dovessero cessare di essere musulmani, o per lo meno di essere praticanti. Di colpo questa prima generazione nata in Francia ha capito di non trovare risposte preconfezionate alle proprie domande e di dover sbrogliarsela da sola per provare che la realtà era esattamente quella: i nati di prima generazione erano allo stesso tempo musulmani e laici. Si può dunque essere credenti e praticanti o laici, se non si impone la propria visione del mondo agli altri. E si può essere atei e non laici se si impone la propria visione del mondo agli altri. Ma una volta compreso l’aspetto filosofico della laicità, bisognava metterlo in pratica. E questa generazione non è stata aiutata. Per il momento i musulmani praticanti vengono trattati come integralisti e gli integralisti come semplici musulmani. Così, in pratica, si continua a cercare di limitare la visibilità dei musulmani, inducendo la maggior parte dei giovani ad un atteggiamento opposto: invece di riflettere su come rispettare gli altri, si sentono assillati e assumono costanti comportamenti eccessivi. Questo porta a un conflitto e a un rapporto di forza che mi sembra davvero nefasto per la convivenza e la laicità”.