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Il futuro è nell’incontro

Cinquant’anni di relazioni diplomatiche

“Una cooperazione di coscienza e di fiducia per contribuire alla costruzione del mondo futuro”: così l’ambasciatore turco presso la Santa Sede, Kenan Gürsoy, ha definito le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Turchia, nel 50° anniversario della loro instaurazione, tema al centro di una giornata di studio promossa, il 1° dicembre, dalla Comunità di sant’Egidio e l’ambasciata turca. Relazioni diplomatiche che, è stato ricordato, sono un frutto del pontificato di Giovanni XXIII, che fu delegato apostolico a Istanbul. Conoscenza e amicizia. “La Turchia – ha detto il diplomatico – tiene molto ai rapporti con la Santa Sede, improntati sulla conoscenza e sull’amicizia che si è accresciuta nel corso degli anni. Turchia e Santa Sede fanno parte di due mondi ed è dal pluralismo che deriva l’unità”. Secondo Gürsoy, infatti, “le relazioni diplomatiche tra Santa Sede e Repubblica turca devono essere sempre più strette. La Turchia si arricchisce con il contatto con la Cristianità allargando la cooperazione su temi cari alla Santa Sede come famiglia, etica, vita, bioetica, diritto e allo stesso modo la Cristianità può arricchirsi dall’incontro con il nostro mondo”. Il diplomatico ha poi lanciato un appello “ai nostri fratelli cristiani ed ebrei” affinché non vedano nel fondamentalismo “solo quello musulmano” ma “cerchino, musulmani, ebrei e cristiani, insieme, il vero senso della loro tradizione ed esperienza religiosa in vista della coesistenza”. Civiltà del convivere. “La Turchia, lo Stato, la sua civiltà e le sue religioni, ma anche la Chiesa cattolica, sono due giocatori decisivi per portare verso la civiltà del convivere il complesso e conflittuale mondo contemporaneo”: ha ribadito Andrea Riccardi, nel suo intervento nel quale ha ripercorso la storia della bipartizione tra Oriente ed Occidente, rappresentata da due città, Roma e Costantinopoli/Istanbul, in cui si innesta la “nuova forza religioso-politica dell’Islam”. “Sulla bipolarità Oriente-Occidente – ha spiegato – si è impostato il secolare conflitto di civiltà e religione, tra cristianesimo occidentale e islam, di cui l’impero ottomano è espressione forte. La contrapposizione tra Oriente e Occidente, tra mondo musulmano e cristiano è una realtà e al tempo stesso un mito ricorrente, da non sottovalutare in quanto rappresenta una delle costanti della storia”. Un archetipo “su cui ha giocato il terrorismo globale di Al Qaeda, proclamandosi riferimento nella lotta contro l’Occidente andando a colpire la nuova città imperiale, New York. Al Qaeda intende riproporre la bipolarità armata tra Occidente oppressore e Oriente islamico”. Tuttavia questa bipolarità, secondo Riccardi, “non ha solo una storia bellica ma anche di incroci, incontri, scambi, e sovrapposizioni come ci furono tra impero Ottomano e Europa, tra questo e la Chiesa cattolica, intrecci profondi anche religiosi”. “Incontrarsi fa scoprire con sorpresa più di quanto si creda possibile trovare in comune” ha ribadito il fondatore della Comunità di sant’Egidio evidenziando i rapporti tra “Roma vaticana e Ankara laica”. “Il governo di Ankara negli ultimi anni ha costruito un rapporto nuovo con l’Islam e con la religione, mentre ha accettato realisticamente l’emersione di un terreno sociale e religioso del Paese che non è così omogeneo. Si tratta delle minoranze cristiane ed ebraiche ma anche di un islam turco che ha espressioni plurali”. “Non esistono più mondi omogenei – ha concluso – ovunque si vive insieme nella realtà quotidiana e sugli scenari del mondo. La civiltà di domani sarà quella del vivere insieme”.Effetto Papa Giovanni. Il confronto tra culture e tradizioni diverse come “segno dei tempi” e spinta a “guardare lontano”: per Valeria Martano, della Comunità di sant’Egidio, è questo il valore del rapporto tra Giovanni XXIII e la Turchia, dove ricoprì la carica di delegato e vicario apostolico dal 1934 al 1944. “Nella Turchia laica di Ataturk – ha ricordato – Roncalli raccoglie la sfida di ricollocare la Chiesa in un mondo segnato dalla pluralità religiosa e culturale. Il Cristianesimo appare un mondo in declino, intere comunità smobilitano e si vanno riducendo fino a scomparire”. Ne deriva un impegno “per costruire un cattolicesimo turco con una paziente, lenta ma continua penetrazione nell’ambiente nuovo” che in quel tempo si veniva creando. “La sua bussola spirituale era la simpatia dal tratto colto, testimoniato, per esempio, dall’introduzione del turco nella liturgia. In Turchia Roncalli entra in contatto con cristiani di altre confessioni, con intellettuali turchi, con gli ebrei di Istanbul, visita le moschee. Sul piano diplomatico procede con cortesia, attento ad affermare l’autonomia della diplomazia vaticana. Oggi, dopo 50 anni, possiamo comprendere quanto la sua intelligente diplomazia fatta di pazienza e buon garbo, ha contribuito all’incontro di questi due mondi”. Secondo Rinaldo Marmara, portavoce della Conferenza episcopale turca e storico della Chiesa cattolica locale, Roncalli “è riuscito a ricostruire un’atmosfera di confidenza che resta un esempio per il ruolo della Chiesa in zone difficili come quelle a Oriente del Mediterraneo. La sua memoria nel nostro Paese è ancora viva tanto che lo stesso premier Erdogan continua a ricordarlo come un amico della Turchia”.