turchia

Condividere in umiltà

La testimonianza di dialogo di padre Ruben Tierrablanca

“Vivere qui, condividere la vita quotidiana, dimostrare amicizia, rispetto, senza fare troppo rumore”: è questa per il francescano padre Ruben Tierrablanca, la ricetta per dialogare con il mondo turco, islamico e cristiano. Gli ingredienti nascono da sette anni di prove, cominciate nel 2003, quando la Fraternità internazionale dei frati minori per il dialogo ecumenico ed interreligioso, si è stabilita a Istanbul. “La nostra è una vita di preghiera e di comunità – spiega al SIR Europa il francescano – abbiamo un gruppo non grande di fedeli, tra quali anche qualche turco, ma la maggioranza sono stranieri. La domenica nella nostra chiesa di santa Maria vengono turchi e stranieri. Il tempo è dedicato anche alla formazione e a organizzare eventi di incontro e di amicizia. Una di queste attività è quella di formare missionari. Prima andavamo a Bruxelles per il corso, ora i futuri missionari vengono qui a Istanbul per prepararsi. Il tutto in stretta comunione con la Chiesa cattolica locale”.Non è una vita facile, quella delle comunità cristiane in Turchia. Gli omicidi di don Andrea Santoro e di mons. Luigi Padovese, così come di altre intimidazioni e violenze perpetrate, come da più parti rilevato, da membri delle fazioni ultranazionaliste ai danni di sacerdoti ed esponenti cristiani, creano il vuoto attorno a loro. “Dopo l’uccisione, lo scorso giugno, di mons. Padovese – spiega padre Tierrablanca – l’amministratore apostolico, mons. Ruggero Franceschini, pastore della diocesi di Smirne, ha chiuso la chiesa di Iskenderun. Lo stesso Franceschini, durante il Sinodo per il Medio Oriente, ha chiesto la nomina di un nuovo vescovo al posto di mons. Padovese. Un nuovo pastore sarebbe un sogno. A Iskenderun c’è una comunità cristiana molto esigua e serve qualcuno che stia lì con loro così come servono sacerdoti preparati a questa missione”.La Fraternità di Istanbul è composta da quattro religiosi, un congolese, un francese, un coreano ed un messicano, padre Ruben. “Il carisma è quello del dialogo ecumenico ed interreligioso e in questo campo profondiamo molti sforzi – dice padre Tierrablanca -. Lavoriamo con le altre denominazioni cristiane anche se a prendere l’iniziativa è quasi sempre la Chiesa cattolica. Cerchiamo di andare alle liturgie e alle iniziative delle altre chiese per sfruttare ogni occasione di incontro. Il prossimo 30 novembre saremo al Patriarcato ecumenico per la festa di S.Andrea. Una visita ricambiata dagli Ortodossi che spesso mandano un rappresentante alle nostre celebrazioni. Non esiste un rifiuto del dialogo anche se non ci nascondiamo le difficoltà”. Padre Ruben è felice quando racconta la processione del 6 gennaio, “unico giorno in cui viene concesso agli ortodossi di uscire con gli abiti religiosi. La processione guidata dal patriarca Bartolomeo I sfila fino al mare dove viene gettata una Croce, in memoria del battesimo del Cristo, che poi viene recuperata, a nuoto, dai giovani e riconsegnata al Patriarca che la riporta in chiesa. Anche noi partecipiamo vestiti con il saio. Viene molta gente e data la presenza, ormai rituale, di gruppi di dimostranti nazionalisti che protestano, ci sono anche centinaia di poliziotti che vigilano. Istanbul è una città molto ben vigilata e la polizia non transige sui gruppi estremisti. Ben altro clima si registra a Tarso o a Konya, luoghi più difficili di Istanbul. Tuttavia resto convinto che anche in queste condizioni, si può dialogare e anche con l’Islam”. Altro grande versante dell’impegno della Fraternità di padre Ruben è, infatti, quello del dialogo con l’Islam che si basa “sulla conoscenza reciproca e sull’amicizia”. Lungi, infatti, dal dialogare sul piano teologico, i contatti con i musulmani avvengono nella quotidianità. “Se si vive in mezzo a loro, se ti conoscono, se offri buona volontà e amicizia si può avvicinare l’islam” sottolinea il francescano che per rimarcare la concretezza di tale affermazione rivela: “abbiamo delle moschee nelle quali andare anche a pregare, se vogliamo. Non possiamo pregare con loro ma accompagnarli col cuore durante la preghiera del venerdì, senza indossare l’abito religioso. Una di queste moschee è quella di Sisli dove ci sono gruppi di sufi, i mistici islamici con i quali siamo entrati in amicizia e rispetto. Ogni anno facciamo una preghiera interreligiosa con loro, il 27 ottobre in ricordo della grande preghiera di Assisi di Giovanni Paolo II, del 1986. La preghiera è organizzata nella nostra chiesa dove i nostri fratelli musulmani vengono per partecipare con la loro danza”. “La conoscenza reciproca – continua padre Ruben – ci permette anche di parlare apertamente delle differenze teologiche e questo è un modo per rafforzare la fiducia, il rispetto e l’amicizia”. Secondo il francescano un aiuto al dialogo potrebbe venire anche da un futuro ingresso della Turchia nell’Ue: “un ingresso dei turchi in Europa chiede loro una trasformazione lunga e lenta perché sia efficace. Per la vita della Chiesa cattolica sarà una pagina nuova, perché potrà avere tutto quello che non ha adesso, libertà religiosa in primis. I limiti imposti oggi dalle leggi turche si possono superare se il Governo turco rispetterà le regole europee”.Un ultimo pensiero padre Ruben lo rivolge ai pellegrini, sempre più numerosi dopo l’Anno Paolino: “essi ci danno speranza e certezza che la loro accoglienza è fondamentale per mantenere la nostra presenza. A dispetto del nostro piccolo numero. La Chiesa è nata qui, ad Antiochia, e già allora c’erano pochi fedeli, oggi è lo stesso. Essere pochi ci rende anche più saldi nella fede ed efficaci nella testimonianza”.