RASSEGNA DELLE IDEE

Più Europa nel mondo

“Études” dei gesuiti di Francia

Per affrontare la globalizzazione l’Europa ha una duplice chance: “un’esperienza plurale del mondo” e “un originale superamento degli Stati-nazione”. Ad affermarlo è Jean Picq, docente all’Università “Science Po Paris”, nel numero di novembre della rivista di cultura contemporanea dei gesuiti di Francia “Études” (www.revue-etudes.com). Ora, sostiene, “per adempiere alle promesse dell’Europa dobbiamo cambiare il nostro sguardo sul mondo e avere fiducia in noi”. Rigore e solidarietà. “Con il 30% della produzione globale, l’Europa è la principale potenza economica del mondo”, l’integrazione dei mercati “è molto avanzata” e l’euro è “la seconda moneta di scambio del mondo e la seconda moneta di riserva” osserva Picq. Tuttavia, “il velo che copriva le divergenze economiche e fiscali degli Stati membri e ritardava gli aggiustamenti che un governo economico dell’Ue avrebbe imposto si è profondamente lacerato” ed è entrato in crisi “il patto di crescita e di solidarietà, strumento di omogeneità passiva fondata su regole rigide di deficit di bilancio”. Lo squilibro fra l’economia tedesca e quella dei “Paesi piccoli” e la “grave crisi dell’euro”, sottolinea lo studioso, hanno richiamato “l’esigenza di rigore e solidarietà”. Ma “se la tempesta è passata, la nave europea deve ormai prefiggersi una nuova rotta: la costruzione di un governo economico dell’Europa per aggiustare l’economia e la moneta, e costituire un polo di riferimento per trattare gli affari finanziari mondiali fra le tre zone economiche America-Asia-Europa”. Sfruttando e sviluppando i “giacimenti politici che il mercato unico nasconde” perché “non c’è il mercato da una parte e la politica dall’altra”.Ricerca, energia, clima. Secondo Picq “ciò che ha fatto la forza dell’Europa per cinquant’anni e durante la crisi è il suo modello sociale di Stato-Provvidenza” che è servito da “ammortizzatore alla crisi stessa”. Ma oggi questo modello è in crisi “a causa dei cronici deficit dei conti pubblici, dell’invecchiamento demografico e dei ritardi negli aggiustamenti delle politiche sociali”. Se “ogni nazione deve preoccuparsi di spazzare davanti alla sua porta, uno sforzo di solidarietà europea darebbe senso e solidità politica”. Nel “progetto europeo”, secondo lo studioso, appare prioritario “lo sforzo a favore dell’insegnamento e della ricerca”, ma è inoltre indispensabile “trovare punti di realizzazione in altri ambiti: uno dei più sensibili a livello sociale è quello dell’energia” nel quale l’Europa “vive in una condizione di grande vulnerabilità di fronte alla Russia”. E ancora: l’Europa “deve prepararsi a beneficiare delle opportunità che la presa di coscienza mondiale finirà per imporre nonostante lo scacco di Copenhagen”.Accompagnare i cambiamenti. È infine sul piano politico che “l’Europa deve esserci maggiormente”, sottolinea l’autore dell’articolo, giacché “la sua posizione geografica, le diverse tradizioni diplomatiche dei suoi membri, la sua storia” e “il superamento degli antagonismi nazionali” le attribuiscono un “potenziale ruolo di mediatore nelle questioni mondiali”, ma sono evidenti “il suo silenzio e la sua impotenza nei grandi conflitti del pianeta”. “Se è vero che come potenza non esiste, essa sarà ancora riconoscibile dagli altri se intraprenderà attraverso audaci proposte l’iniziativa dell’azione. La sua situazione multiculturale e il bisogno di un’immigrazione di qualità giustificano che non si limiti esclusivamente ad una politica di controllo dei flussi migratori. La presenza di forti comunità venute dall’immigrazione nelle sue nazioni, le sue diverse tradizioni di riconoscimento dei culti, le sua capacità di integrazione educativa e sociale” le conferiscono un ruolo centrale “per accompagnare i cambiamenti del mondo attraverso il riconoscimento delle culture. Al riguardo la gestione della questione turca è una posta in gioco di importanza capitale”.Uno sguardo “nuovo”. L’Europa, insomma, “deve mostrare di avere cambiato il suo sguardo sul mondo, di riconoscerne la polifonia. Per troppo tempo ha vissuto sulla convinzione di avere il privilegio dell’universalizzabile e ha ignorato quella forma di universalità che procede dall’ascolto e dalla traduzione dei mondi gli uni negli altri”. L’Europa non è sola, afferma Picq: “le altre civiltà hanno anch’esse qualcosa di universalizzabile. Ciò che oggi ormai ci si impone è una sorta di disappropriazione di un mondo del quale troppo a lungo ci siamo sentiti gli unici proprietari”. “Questa esperienza di disappropriazione” tra noi europei la “stiamo vivendo secondo un duplice processo. Il primo consiste nella costruzione di una nuova comunità: ogni europeo, in uno spazio di libera circolazione delle idee e delle culture, con la memoria comune delle grandi libertà fondamentali acquisite, forgia una nuova appartenenza che non distrugge quella di ieri”. La seconda, conclude Picq, “si situa nell’alterità che agita l’Europa attraverso i migranti che hanno scelto di viverci e possono, se culturalmente integrati, essere ‘traghettatori'” tra il continente “e i mondi da cui provengono”.