Editoriale
Il contributo europeo alla credibilità del G20
Mai come in questa occasione, sul tavolo del G20 sono approdati i problemi più urgenti e spinosi che turbano i sonni dei leader politici – e dei cittadini – dei cinque continenti. Il vertice dei “grandi”, convocato a Seul, è infatti chiamato a dipanare la matassa della crisi economica, cercando un “quadro” per la ripresa e la crescita “equilibrata e sostenibile”; vede inoltre inscritti all’ordine del giorno la riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, gli accordi sul commercio mondiale (in chiave anti-protezionismo), i temi energetici e il cambiamento climatico (conferenza di Cancún). Ma la partita a scacchi prevista nella capitale sudcoreana è cominciata ben prima dell’11-12 novembre, date ufficiali del G20. Il presidente statunitense Obama ha scritto una lettera agli altri partecipanti (Arabia Saudita, Argentina, Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sudafrica, Turchia, Regno Unito e Unione europea), annunciando il proprio impegno per una crescita duratura, uno sviluppo che tenga conto non solo degli interessi dei Paesi più forti e ricchi, il rafforzamento dei controlli sui mercati finanziari, la tutela dell’ambiente. Anche altri partecipanti hanno esposto la propria visione sulle sfide in atto, avendo però cura di sottolineare, sempre e comunque, il proprio “punto di vista”: a Seul, infatti, convergono le potenze occidentali, i nuovi protagonisti della scena economica globale, le nazioni che segnalano forti ritardi e squilibri nello sviluppo…Così le parole di papa Benedetto XVI, che ha richiamato le responsabilità dei “grandi”, appaiono come l’opportuna sottolineatura a non guardare solo al proprio tornaconto e ad andare oltre gli scenari presenti. “Il mondo vi guarda e attende l’adozione di strumenti adeguati per uscire dalla crisi, con accordi comuni che non privilegino alcuni Paesi a scapito di altri”, ha ricordato il Santo Padre alla vigilia dell’incontro. Il Papa ha specificato: “Si tratta di tracciare la soluzione di questioni assai complesse, dalle quali dipende il futuro delle prossime generazioni e che, pertanto, necessitano della collaborazione di tutta la comunità internazionale, nel riconoscimento, comune e concorde fra tutti i popoli, del valore primario e centrale della dignità umana, obiettivo finale delle scelte stesse”. L’economia diventa, in questa visione, non il fine, ma uno strumento al servizio dell’umanità, tenendo conto dei principi di solidarietà e di giustizia che dovrebbero presiedere alle decisioni di portata politica ed economica.Parole ancora più necessarie quelle del Papa, se si considerano le distanze che, ancora alla vigilia del vertice, separavano i principali protagonisti del G20, Stati Uniti e Cina. La questione della svalutazione monetaria, frappostasi tra lo stesso Obama e il presidente cinese Hu Jintao, in realtà lasciava trasparire posizioni conflittuali su vari altri piani: monetario, commerciale, energetico, ambientale e, non ultimo, politico. “Nessuno può puntare a una crescita economica che vada a scapito di altri”, ha sintetizzato il presidente della Commissione Ue, José Manuel Barroso, tra i protagonisti a Seul. Gli ha fatto eco il “collega europeo”, Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio Ue: “Mai come in questo momento sentiamo nei nostri Paesi l’effetto delle decisioni e degli sviluppi economici di altri Paesi. La crisi finanziaria ed economica ha messo in luce la nostra interdipendenza e le nostre vulnerabilità”. “La posta in gioco è alta – ha proseguito Van Rompuy – per la credibilità del G20 e di ciascuno dei suoi membri”. E, più ancora, per il bene dell’umanità intera – a partire dagli “ultimi” del pianeta – e delle prossime generazioni.