EUROPA

Un corto circuito?

Mons. Fisichella, presidente Pontificio Consiglio nuova evangelizzazione

“È bene ricordare che ci sono principi posti alla base di ogni civiltà che ne condizionano e determinano lo sviluppo, la sopravvivenza o la distruzione. Tre in modo particolare sono comunemente accettati: la cultura, la religione e la legge”. Con queste parole mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la Nuova evangelizzazione, è intervenuto all’incontro “Un’Europa cristiana?” organizzato dall’azienda Elea (Roma, 28 ottobre). Secondo mons. Fisichella, ciò che si sta verificando in Europa sembra essere un “cortocircuito che impedisce una circolarità comunicativa tra i tre principi descritti, con la conseguente condizione di crisi permanente in cui siamo inseriti” e “ciò che balza evidente è una situazione fortemente paradossale” perché “nel tempo in cui l’Europa viveva di valori condivisi, possedeva una forte identità che la rendeva facilmente riconoscibile nonostante i confini territoriali”. In questi anni, invece, “mentre si sono abbattuti i confini che avrebbero dovuto creare un’unità, ciò a cui si assiste è il moltiplicarsi delle differenze, l’aumento degli estremismi e la frammentarietà domina a tal punto da far sgretolare ogni possibile unità”. Primato della ragione. Per suscitare “un senso di appartenenza a una nuova realtà come l’Europa”, sottolinea mons. Fisichella, non è possibile distruggere “l’identità che i popoli si sono costruiti nel corso di secoli” e “pensare che una moneta unica possa dare identità o che lo scambio di studenti con il progetto Erasmus crei il senso di appartenenza è superficiale”. Si tratta di strumenti “validi e utili, ma devono essere fondati, accompagnati e sostenuti da un progetto culturale rispettoso delle differenze e in grado di fare sintesi per una novità originale, altrimenti tutto diventa uniforme: linguaggio, arte, architettura, letteratura, politica, economia”. Il timore dell’arcivescovo è che si voglia “costruire un’Europa indipendente dal cristianesimo e, in alcuni casi, perfino contro”, eppure “il cristianesimo è una condizione obbligatoria per la coerente comprensione dell’Europa”. Infatti, “le religioni per l’Europa non possono essere tutte uguali” perché “non siamo in una notte oscura dove tutto è incolore” e “il primato della ragione, conquistato nel corso dei secoli, non può appiattirsi proprio ora con un egualitarismo da sabbie mobili che impedisce di dare voce alla forza critica”. Il compito all’orizzonte, dunque, è quello di “produrre pensiero che sia capace di gettare le fondamenta per un’epoca che darà cultura alle future generazioni permettendo loro di vivere nella genuina libertà perché proiettati verso la verità”. Da questo punto di vista, non si può “ripetere lo sbaglio del passato nel concepire il nuovo che prepariamo come una rottura con il passato” perché “non è così che la storia progredisce”. Grazie ad un rapporto positivo con la ragione, ha aggiunto mons. Fisichella, “si evitano i conflitti e si esclude ogni fondamentalismo” che è “espressione di un frammento di verità assolutizzato senza considerare l’apporto degli altri”. D’altra parte, “il concetto di matrimonio che il cristianesimo ha portato come unicità di rapporto nella reciprocità dell’amore ha saputo garantire la giustizia contro l’arbitrarietà che umiliava la donna indifesa, e la forza della relazione interpersonale come collante del tessuto sociale”.Laicità. Dalle parole del presule emerge che “il rispetto per la vita, soprattutto nei confronti di quella innocente, debole e indifesa è un ulteriore segno della presenza del cristianesimo nel tessuto sociale che ha permesso di giungere a intuizioni straordinarie nelle opere di assistenza che permangono immutate come punti fermi per la società”. Da cristiani, ha precisato mons. Fisichella, “non avanziamo nessun diritto di primogenitura su diverse conquiste che sono state compiute nel corso dei secoli e che segnano la storia di questi venti secoli; non desideriamo, però, che altri se ne impossessino giungendo perfino a negare la nostra originalità e il nostro apporto”. Per l’arcivescovo, la “laicità, come sempre più spesso in questi anni è dato da verificare, non è esclusione del cristianesimo, ma ascolto di quanto esso può offrire come suo contributo peculiare” e “accettarlo o rifiutarlo sarà una scelta che il legislatore dovrà ben valutare; non per una possibile manciata di voti a fine legislatura, ma per il buon governo della cosa pubblica e per la globale formazione culturale delle generazioni a venire” perché “una legge crea una cultura consequenziale”. E “proprio questo dovrebbe essere considerato in questo momento storico in cui si possono già vedere le conseguenze create da alcune legislazioni” ha concluso mons. Fisichella: “La società è migliorata? I giovani hanno trovato maggior impegno e responsabilità nella società? Il lavoro è diventato una forma di realizzazione? La famiglia si è rafforzata nell’impianto sociale? La scuola è palestra di vita? L’ammalato è una persona da rispettare e non un peso per il bilancio? La vita nel suo insieme è rispettata? Questi interrogativi non sono retorici, dare risposta è obbligatorio”.