minori e internet

Capaci di difendersi

Una ricerca in 25 Paesi europei

“Più del 12% dei ragazzi europei si dichiara turbato o infastidito dalla rete” e nella maggioranza dei casi “i genitori sono rimasti all’oscuro dei rischi corsi dai loro figli”. Lo afferma una ricerca promossa dalla London School of Economics di Londra che ha coinvolto 23 mila ragazzi tra i 9 e i 16 anni in 25 Paesi europei. Capofila del progetto, chiamato “Eu Kids Online”, per l’Italia è l’Osservatorio sulla comunicazione (Osscom) dell’Università Cattolica di Milano. Senza trascurare i pericoli i ricercatori sottolineano, però, come “la maggioranza dei bambini non si sia imbattuta in esperienze destabilizzanti nel corso della navigazione e che anzi si sia trovata perfettamente a proprio agio in situazioni che gli adulti considerano rischiose”. A suscitare disagio nei giovani internauti sono contenuti come la pornografia, il bullismo, messaggi a sfondo sessuale. I principali risultati della ricerca, finanziata dalla Commissione europea, sono disponibili nel report “Risks and safety on the internet”, scaricabile dal sito www.eukidsonline.netGenitori e figli a confronto. “Si tratta della prima ricerca di questo tipo – dice Giovanna Mascheroni, coordinatrice dei ricercatori dell’Università Cattolica – frutto di un lavoro iniziato nel 2006. La particolarità di questo studio non sta tanto nel tema, su cui sono state fatte molte ricerche in questi anni, ma nella dimensione dell’indagine e nella scelta di coinvolgere sia i minori sia i loro genitori”. Proprio da questo confronto emerge il dato, forse, più allarmante: la maggioranza dei genitori di bambini che hanno sperimentato situazioni pericolose in rete è del tutto inconsapevole di quanto accaduto ai propri figli. L’Italia è, tra quelli monitorati, il Paese con la percentuale più alta di accessi privati a internet da parte dei minori: il 59% naviga dalla propria camera o da computer che utilizzano in maniera esclusiva, contro una media europea del 48%. “Dobbiamo sensibilizzare i genitori sui rischi che i loro figli corrono in rete – spiega Mascheroni – ma non dobbiamo dimenticare che la sicurezza on line non si raggiunge con l’installazione di nuove tecnologie, bensì con il dialogo familiare. I genitori devono imparare a navigare con i propri figli e a parlare di quello che si fa in rete. Internet rappresenta, infatti, una grande opportunità per i ragazzi e non bisogna demonizzarla, ma semplicemente cercare di limitare i rischi che si possono incontrare”. In rete già a 7 anni. “La ricerca – spiega Sonia Livingstone, fra le autrici del rapporto – mostra come i ragazzi europei comincino a usare internet sempre prima e sempre più spesso. La rete è ormai parte integrante della vita dei giovani in tutti i Paesi del continente e i ragazzi svolgono molte attività on line , spesso vantaggiose come l’uso di internet per i compiti, per guardare video e comunicare con gli amici nei servizi di messaggistica istantanea”. Tuttavia, continua l’esperta, “i bambini più piccoli hanno maggiori difficoltà a superare le esperienze negative on line” e ad essi andrebbero rivolte prioritariamente “le politiche di promozione della sicurezza su internet e di alfabetizzazione digitale”. Il dato non è trascurabile se si considera che i ragazzi cominciano a usare la rete sempre prima: l’età media di accesso è di 7 anni in Svezia e di 10 in Italia. Secondo la ricerca “la Repubblica Ceca, l’Estonia, la Lituania e la Svezia sono i Paesi che registrano un più alto tasso d’incidenza dei rischi on line ; in Italia, Portogallo e Turchia la percentuale di bambini che si sono imbattuti in pericoli è invece tra le più basse in Europa”. Non solo rischi ma opportunità. Lo studio mostra come un maggiore uso della rete da parte dei ragazzi significhi anche un aumento delle opportunità e non soltanto dei rischi che, non necessariamente, si traducono in esperienze dannose. “Un dato positivo arriva però dalla capacità dei ragazzi di difendersi”, continua Mascheroni. Secondo i dati, infatti, il 39% degli utenti si è trovato di fronte a minacce (dai contenuti violenti al bullismo, alla pornografia, fino a casi di tentato adescamento), ma solo il 12% ne è rimasto turbato. “Ciò significa che non necessariamente l’esposizione a possibili rischi si traduca in disagi per i minori. Nonostante questo – conclude la ricercatrice – per migliorare le difese è necessario lavorare a partire dalla scuola e dalle famiglie, puntando non tanto sulle conoscenze tecniche ma sull’approccio culturale”.