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Le indicazioni per una nuova governance economica
Considerate le proposte della Task Force sulla nuova governance economica (Consiglio europeo, 26 marzo 2010), relative al suo rafforzamento dopo la crisi greca, per una volta sarà possibile esprimere le proprie perplessità. Il documento sul tavolo dei capi di Stato e di governo attualmente riuniti a Bruxelles è certamente ben strutturato. Più precisamente si articola su cinque punti:- una maggiore disciplina fiscale più attenta al debito pubblico; – una sorveglianza economica ampliata più rigorosa, rispetto al passato, in caso di deficit eccessivo; – un semestre europeo per coordinare gli orientamenti di bilancio degli Stati membri nei primi sei mesi dell’anno per l’esercizio finanziario successivo; – una cornice più solida per gestire le crisi nella zona euro, con l’eventuale coinvolgimento delle banche per evitare l’insolvenza di uno Stato membro;- istituzioni più forti per una governance economica maggiormente efficace. Sotto la presidenza di Herman Van Rompuy sono stati compiuti sforzi considerevoli dalla Task Force, composta dai ministri delle Finanze e dal presidente della Banca centrale europea. Il risultato cattura l’attenzione per la sua tecnicità e per il carattere dettagliato delle proposte a livello politico. Tuttavia, rimane deludente per l’assenza di una riflessione sulle ragioni che sono alla base di questa nuova fase procedurale. I redattori del rapporto le conoscono benissimo, e i nostri capi di Stato e di governo pure, ma in un documento pubblico sarebbe auspicabile ripeterlo: per difendere la moneta unica, per non metterne in pericolo la credibilità, sarà necessario che coloro che in definitiva ne garantiscono il valore, dunque gli Stati, siano credibili nella gestione delle loro finanze. Come in tutti i rapporti umani, anche in questo caso la parola chiave è la fiducia! Chi ha adottato l’euro deve avere profonda fiducia nel fatto che questa moneta conservi il proprio valore nel tempo, altrimenti l’edificio monetario rischia di crollare. Tuttavia, Stati con deficit e debiti pubblici eccessivi rischiano di far vacillare la fiducia. Sono innanzitutto gli istituti finanziari – banche o assicurazioni – a perderla. Chiederanno dunque di pagare in primo luogo tassi d’interesse più alti per rifinanziare un credito e poi lo rifiuteranno senza indugio. Lo scorso febbraio la Grecia rischiava proprio questa situazione, con la prospettiva di una crisi generalizzata intorno alla moneta europea. Gli altri membri della zona euro e del Fondo monetario internazionale sono dunque andati in soccorso della Grecia, imponendo condizioni rigorose: dato che un’uscita della Grecia dall’unione monetaria era da escludere, era urgente adoperarsi in tutti i modi per rafforzare la governance economica della zona euro, in modo da evitare il ripetersi di una simile situazione, ricorrendo anche alla minaccia di sanzionare politicamente e finanziariamente lo Stato colpevole. Sarà difficile mettere in pratica quanto detto, soprattutto perché in passato Germania e Francia, i più grandi Stati della zona euro, non hanno rispettato i loro impegni in materia di deficit. Il rapporto della Task Force Van Rompuy non parla di tutto questo, o almeno non ne parla abbastanza. Tuttavia è indispensabile e urgente che i nostri responsabili sviluppino una pedagogia riguardante la necessità di una moneta unica, che in definitiva non potrà funzionare senza una concezione politica. In questa prospettiva, l’accordo di Deauville del 18 ottobre tra Nicolas Sarkozy e Angela Merkel sulla governance economica si spinge più in là: concluso quando i ministri delle Finanze dell’Unione si riunivano a Bruxelles per affrontare la stessa tematica, pur contestabile nella forma, va molto lontano in termini di contenuto. Poiché proporre ai partner europei di cambiare i Trattati europei dopo il decennio appena trascorso per partorire il Trattato di Lisbona, mal compreso e ancora meno amato, significa assumersi un rischio considerevole. Tra le righe della loro dichiarazione comune è possibile leggere che la cancelliera tedesca e il presidente francese abbiano capito – senza dirlo in modo esplicito – che non si può salvare l’edificio europeo nel contesto della globalizzazione senza un’ulteriore integrazione politica. Cambiare ancora una volta i Trattati e in modo così veloce non è questione da poco; resta da vedere se la Merkel e Sarkozy riusciranno a convincere i loro omologhi. In vista dei referendum necessari per apportare emendamenti di tale portata ai Trattati, ma anche per semplice preoccupazione di trasparenza e democrazia, c’è da auspicarsi che all’interno della società civile il dibattito su tale eventualità si apra velocemente. La Chiesa potrà dare il proprio contributo. Il rapporto della Task Force Van Rompuy non ha potuto alimentare sufficientemente questa discussione, poiché si limita al piano tecnico senza spiegare le ragioni per le quali viene presentato. Speriamo che le conclusioni del Consiglio europeo illustrino tali ragioni con maggiore precisione in modo da avviare una giusta pedagogia sul tema dell’unione politica.