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Seminario sulla libertà religiosa e il ruolo degli attori religiosi e dell’Ue
“La libertà religiosa nel Vicinato europeo: quale ruolo per gli attori religiosi e l’azione esterna dell’Ue?” è il tema dell’incontro che si è svolto l’11 ottobre a Bruxelles, presso la sede del Parlamento europeo (PHS Building, stanza 7C050, ore 18-20). A promuoverlo nell’ambito della seconda serie dei seminari su “Islam, cristianesimo ed Europa” è la Comece (Commissione episcopati Unione europea. “Il Trattato di Lisbona prevede che nelle sue relazioni con i Paesi terzi l’Ue sostenga e promuova i propri valori e contribuisca alla protezione dei diritti umani”, spiega la Comece. Il diritto alla libertà religiosa non è, quindi, solo un aspetto interno all’Ue, ma anche un tema importante delle su “politiche esterne”, tanto più che esso non è ancora garantito ovunque e “varia considerevolmente il livello di protezione al riguardo”. Diritto negato. Nessuno in Europa può rimanere in silenzio di fronte alla oppressione e alla persecuzione che le minoranze religiose – non solo cristiane – subiscono ancora nel 21° secolo in tantissimi Paesi del mondo. “L’uomo di Dio non mette in discussione nemmeno per un momento la libertà di scelta, di coscienza e di religione. Non priva nessuno del diritto a prendere le proprie decisioni”. Ha usato parole dure il vescovo Laszlo Tokes, vice-presidente del Parlamento europeo, aprendo il seminario della Comece. “Le personalità religiose pubbliche – ha detto – hanno una particolare responsabilità nel trasformare i valori della democrazia e degli ideali europei di pace sociale nella realtà quotidiana secondo lo spirito dei nostri credi religiosi”. Ed ha aggiunto: “il diritto alla libertà religiosa è in perfetta sintonia con l’ideale europeo e il diritto di ogni persona a confessare, praticare e anche cambiare la propria convinzione religiosa o credo”. Tokes ha ricordato che il 75% delle vittime della persecuzione religiosa sono cristiani e che secondo le statistiche più di 100 milioni di persone nel mondo sono perseguitate ogni anno nel mondo a causa del loro credo. “Naturalmente – ha subito aggiunto -, non si deve tacere il fatto che l’oppressione e la persecuzione non sono prerogativa esclusiva dei cristiani”, e si registra purtroppo anche in alcuni regimi fondamentalisti musulmani ai danni delle minoranze religiose indù e buddiste”. In Paesi come Afghanistan, Arabia Saudita, Egitto, Iran, Somalia, Yemen o ancora in Paesi ex comunisti come la Russia, la Cina, l’Azerbaigian, la Corea del Nord, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan e Vietnam “il diritto alla libertà religiosa continua ad essere ristretta per legge”. “Non importa quindi chi e dove – ha detto Tökés -, ma dobbiamo lottare per la libertà di ogni religione, credo o denominazione e per i diritti religiosi di ogni singola persona e di ogni minoranza” e “dobbiamo sforzarci affinché questo principio e questa spiritualità prevalgano sempre di più nei rapporti tra cristianesimo e islam, in Europa, e nei rapporti tra l’Europa e i cosiddetti Paesi terzi”. Il ruolo dei leader religiosi. Al seminario è intervenuto anche Andrea Pacini, consultore della Commissione per i rapporti con i musulmani presso il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, che ha parlato del “ruolo degli attori religiosi nella costruzione della pace e della democrazia”. “Gli attori religiosi – ha detto – possono giocare un ruolo importante nella promozione della libertà religiosa nella misura in cui sono convinti che la religione è frutto di una scelta personale e che è nell’interesse stesso della religione garantire questa scelta”. Pacini ha parlato della “grave” situazione in cui si trovano le comunità cristiane nel Medio Oriente e in Turchia, regione in cui i cristiani sono diventati appena il 6% della popolazione, come conseguenza di una emigrazione costante all’estero. Una tendenza così forte da far radicare la “convinzione psicologica che non ci sia più spazio per i cristiani in Medio Oriente”. “Anche se le Costituzioni moderne degli Stati del Medio Oriente – ha detto Pacini – riconoscono la cittadinanza ugualitaria per tutti i cittadini, è pure vero che ci sono norme e costumi sociali che ne impediscono di fatto la piena attuazione. Si tratta pertanto di una cittadinanza imperfetta”. Le norme a cui Pacini fa riferimento sono quelle relative al matrimonio; l’assenza di una legge sulla libertà di coscienza e le restrizioni della libertà di culto. “Il problema della libertà religiosa – ha detto – è legato alla libertà di coscienza e si tratta di una questione che interessa anche i musulmani, non soltanto i cristiani”. Da qui l’appello a tutti gli attori religiosi a collaborare insieme sottolineando come la battaglia non punta tanto al “rispetto dei diritti di una minoranza confessionale” quanto alla “rivendicazione del pieno diritto di cittadinanza (che include la libertà religiosa) e dei diritti dell’uomo”. I cristiani in Medio Oriente “vogliono essere cittadini e non dei protetti”. In questa rivendicazione c’è spazio anche per un’azione comune tra cristiani e musulmani, coinvolgendo quelle correnti dell’Islam aperte ai temi “dei diritti dell’uomo e della libertà religiosa”. Ma – ha aggiunto l’esperto – “è importante lavorare non soltanto sul piano giuridico, ma anche a livello culturale ed educativo” e “l’influenza di correnti musulmane neo-tradizionaliste all’interno dei ministero dell’istruzione in alcuni Paesi, non aiuta a sviluppare un consenso culturale e sociale a queste questioni”. Da qui la necessità di un’azione culturale “estesa” volta a far interiorizzare i valori delle libertà come “valori fondamentali per la società”.