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Per vivere insieme

Cipro e Montenegro: voci di un’Europa incompiuta

“In un tempo difficile di crisi e conflitti, acutizzati dal fenomeno sempre più esteso della globalizzazione, le religioni sono chiamate a realizzare la loro speciale vocazione di servizio alla pace e alla convivenza”. E’ l’appello che Benedetto XVI ha lanciato ai partecipanti al XXIV Meeting per la pace “Vivere insieme in un tempo di crisi. Famiglia di popoli, famiglia di Dio”, che si è aperto il 3 ottobre (fino al 5) a Barcellona su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio e dell’Arcivescovado di Barcellona. Al meeting sono presenti 300 rappresentanti religiosi delle grandi tradizioni spirituali mondiali e si sono iscritte oltre 3000 persone ai vari eventi che si terranno in contemporanea in diversi punti della città. L’apertura ufficiale dell’incontro ha messo subito in rilievo quale deve essere il ruolo della politica nel dirimere le crisi e i conflitti per aprire il mondo alla coabitazione, a partire dal Vecchio Continente. Superare i limiti. “Una divisione inconcepibile in una Europa unita. Noi abbiamo il compito di costruire un futuro pacifico e consegnare alle generazioni future un Paese riunificato. Una terra ospitale per tutti i suoi figli, greco ciprioti e turco ciprioti, maroniti, armeni e latini”. E’ questo il ruolo della politica secondo il presidente della Repubblica di Cipro, Demetris Christofias. Cipro è un’isola divisa da più di 35 anni, ed incarna una sfida per l’Europa unita. Christofias ha affermato che compito della politica “non è quello di accettare, bensì di superare i limiti dell’esistente. Non dobbiamo agire sull’onda dell’impulso del momento né cadere nelle trappole dell’emotività. Superare i limiti vuol dire non fermarsi all’autosufficienza di pochi e alle paure di molti”. Una sfida che coinvolge non solo Cipro ma tutto il Mediterraneo, “abitato da tanti popoli di diverse nazioni”. “Vivere insieme è difficile – ha ribadito il presidente cipriota – non cerchiamo una immaginaria purezza, ma l’interazione di differenti identità e storie. Un mondo in cui il diverso, colui che ci sta vicino è ignorato e oppresso è un mondo barbaro”, ha aggiunto in riferimento al “revival di voci di intolleranza e razzismo che si vede in Europa”. “Superare i limiti” dunque è l’appello alla politica che deve perseguire questi sforzi con “umiltà, senza nascondersi le difficoltà” per raggiungere “la coesistenza e la giustizia per tutti e non solo per un gruppo o un’elite”. Ma la politica non può far tutto, ha concluso, parte di questa responsabilità spetta anche ai “leader religiosi che devono impegnarsi per eliminare la sfiducia reciproca e porre attenzione ai grandi valori e ai diritti, primo fra tutti quello alla vita. Religioni e politica uniscano i loro sforzi nel campo comune della giustizia a favore dei poveri”. Non basta l’economia. A Barcellona ha portato il suo contributo anche il presidente del Montenegro, Filip Vujanovic, che ha invitato a guardare alla crisi attuale “per trarne delle lezioni importanti per il futuro. Questa crisi, la peggiore dal 1929 – ha detto il presidente mentenegrino – non è stata causato soltanto da fattori economici ma ha profonde radici etiche e culturali. Pertanto per risolverla non bastano solo misure economiche ma è urgente affermare un sistema comune di valori sul quale costruire il mondo del futuro. Nessun Paese, da solo, può farcela. Serve il dialogo”. Per Vujanovic, “la democrazia, il mercato economico, i diritti umani sono diventati valori universali, così come la pace e questi chiedono l’impegno di uomini politici e a leader religiosi per costruire un mondo migliore e più giusto”.Grida di aiuto. Barcellona è stata il luogo da dove Paesi, segnati da conflitti, come Guinea, Algeria, Indonesia, Costa d’Avorio, hanno chiesto aiuto all’Europa e alla comunità internazionale: Rabiatou Diallo, presidente del consiglio nazionale di transizione della Guinea, ha lanciato un “appello urgente ai fratelli e sorelle del Nord, perché contribuiscano a risvegliare le coscienze e colmare il divario di povertà”. L’esperienza di Sant’Egidio, in Guinea come in Mozambico o in Costa d’Avorio, dimostra che “la pace non è solo trattative ma convivenza, costruzione di una società compassionevole, lavoro per i diritti, impegno contro la pena di morte e per migliorare la vita nelle carceri”. Analoga richiesta anche dal presidente del Consiglio islamico della Costa d’Avorio, Idriss Koudouss, alla comunità internazionale, perché sostenga il suo Paese, ed a Sant’Egidio, perché raddoppi i suoi sforzi in vista delle prossime elezioni di fine ottobre, che potrebbero rappresentare una svolta nel processo di riconciliazione.