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I simboli cristiani nei luoghi pubblici
Uno dei sintomi della crisi della cultura cristiana in Europa è il dibattito contemporaneo sulla presenza dei simboli cristiani nello spazio pubblico. È come se un principio costituisse un dibattito sull’idea stessa della libertà religiosa. Da un punto di vista che possiamo definire libero, la religione pubblica costituisce una minaccia per le libertà individuali e per la struttura sociale secolarmente differenziata. Questo approccio tende quindi a spostare la religione verso la sfera privata, conferendole lo statuto di religione di salvezza individuale. Ai cittadini si lascia una libertà decisionale totale sulla scelta e le pratiche religiose, a condizione che questa resti confinata nella sfera privata e non minacci gli analoghi diritti degli altri componenti della società. Qui abbiamo a che fare non soltanto con la privatizzazione dell’appartenenza confessionale, ma anche con la privatizzazione del fenomeno religioso stesso. Lo Stato deve essere neutrale dal punto di vista ideologico, mentre il forum pubblico deve restare “nudo”. La neutralità in questo caso non si identifica con l’imparzialità, cioè un identico distacco di fronte a tutte le religioni e a tutte le confessioni, ma con il riconoscimento che lo Stato deve restare “cieco” al solo fatto dell’esistenza della religione come fenomeno sociale. Nel dibattito sulla “nudità” del forum pubblico, si tratta dunque di sapere se la libertà religiosa consista prima di tutto nell’essere libero dalla religione e conseguentemente avere il diritto al silenzio, a mantenere il segreto sulla religione, il diritto a non incontrare sulla propria strada nessuna manifestazione di vita religiosa, oppure se si tratti prima di tutto di essere liberi per la religione, di scegliere liberamente la religione e praticare la propria fede anche nella sfera pubblica. La neutralità confessionale, associata alla preferenza per un aspetto negativo della libertà religiosa, significa in pratica un tentativo di “neutralizzare” lo spazio pubblico, da cui – con la parola d’ordine della difesa della libertà religiosa – si elimina qualsiasi simbolo religioso: crocifisso, tavole della legge (decalogo), chador islamici e si condannano al silenzio i campanili delle chiese.Qualche giorno fa, ho visitato il Foro romano. Vi si trovano delle tavole di pietra con scritto sopra: “Siamo parte di te”. Questo è assai più giustificato in rapporto al cristianesimo che non a qualcosa di esterno all’Europa. Le cattedrali, le chiese parrocchiali, le chiese dei cimiteri e i crocifissi ai bordi delle strade ne sono la prova. I crocifissi che ci ricordano: “Quale valore deve avere l’uomo agli occhi del Creatore se ha meritato di avere un tale e così grande Redentore”! E, poiché il perno della cultura europea è la visione personalista dell’uomo, essi ci ricordano anche che siamo europei.Nel 1990, nella Praga liberata dal comunismo, Giovanni Paolo II diceva: “Osserviamo come sarebbe apparsa la mirabile bellezza di questa ‘città delle cento torri’, se vi fosse mancato il profilo della cattedrale e delle migliaia di altre gemme della cultura cristiana. Come sarebbe apparsa la vita spirituale, morale e culturale di questa nazione, se ve ne fosse stato escluso o dimenticato quello che era, che è e che sarà ispirato alla fede cristiana! (…) Se si riuscisse a rendervi sordi e ciechi a questi valori, al Cristo, alla Bibbia, alla Chiesa, diverreste stranieri nella vostra stessa cultura. Perdereste la sensibilità e la chiave per capire così tanti valori della filosofia, della letteratura, della musica, dell’architettura, delle arti plastiche e di tutti i campi dello spirito della vostra stessa nazione, ma anche della tradizione europea nel suo insieme”. Siamo parte di te – sembrano gridare le torri delle chiese, le campane delle cattedrali…