PRIMAVERA ARABA
Incontro Oasis a Venezia: Nord Africa, Medio Oriente ed Europa
“Alcune rivendicazioni” nelle rivoluzioni nordafricane “sembrano ricordare il percorso storico europeo, ma vi sono anche notevoli differenze: la questione dei rapporti tra Stato e Chiesa, che è propria della laicità ‘classica’, si pone ad esempio in modi del tutto nuovi (da qui tra l’altro l’idea che ‘chiericalizzare’ l’Islam, come diversi Stati europei stanno cercando di fare, potrebbe rivelarsi anacronistica)”. Ad affermarlo il cardinale patriarca di Venezia Angelo Scola, nel corso dell’incontro del Comitato scientifico della rete internazionale di Oasis su Medio Oriente e Nord Africa, che si è concluso il 22 giugno in laguna.Solidarietà tunisina, inospitalità europea. “Anche nelle rivoluzioni nordafricane – ha osservato il card. Scola – è presente e rilevante” la questione della “laicità”, anzi “la primavera araba sta evidenziando il bisogno delle società civili coinvolte di una ‘nuova laicità'” da intendersi come “criterio nuovo di regolazione dello spazio pubblico, non come separazione tra Stato e religione”. Con riferimento all’Europa, il patriarca di Venezia ha definito “fiacca” la sua risposta a tali fermenti, perché il “vecchio continente sembra incagliato nell’affrontare il flusso di poche migliaia di profughi che arrivano sulle sue coste” mentre la “Tunisia, molto più povera, ne sta accogliendo dieci volte di più, con un atteggiamento che la stanca Europa non riesce più ad avere”. Sulla stessa linea mons. Maroun Elias Nimeh Lahham, arcivescovo di Tunisi, che ha parlato di “momenti decisivi ed appassionanti”, “sfida dei profughi” e “incomprensibile inospitalità europea”. “La Tunisia – ha affermato – non si era ancora ripresa dal suo tsunami politico e sociale quando la vicina Libia precipitava in una rivolta armata che nessuno aveva previsto. Tra le 250mila e le 300mila persone, di tutte le nazionalità, hanno attraversato la frontiera libico-tunisina”. “Abbiamo assistito a scene grandiose di solidarietà e accoglienza”; tutto questo mentre “alcune migliaia di tunisini arrivavano a Lampedusa”. Di qui la provocazione dell’arcivescovo: “Provo a ragionare come farebbe un tunisino: 20mila tunisini sono arrivati in un’Europa forse in crisi, ma comunque ricca, e vengono accolti con fastidio mentre più di 200mila stranieri sono arrivati in una Tunisia non ricca quanto l’Europa, e soprattutto appena uscita da una grave crisi politica, e i tunisini li hanno ricevuti a braccia aperte”. “Visto dalla sponda meridionale del Mediterraneo” tutto ciò “è incomprensibile… semplicemente”. Laicità “specifica” o “europea?”. Secondo Dominique Avon, storico all’Università di Maine e a Sciences Po (Paris), è questo il tema centrale del dibattito in corso in Libano, Paese che dal 2005 non è più sotto l’occupazione militare siriana, ma nel quale una minoranza giovane, “poliglotta e che ha accesso all’insegnamento superiore, manifesta il desiderio di liberarsi dal quadro esistente, tanto nel campo politico quanto in quello sociale”, ma “si scontra con il corpo politico, le gerarchie religiose e, fondamentalmente, un’opinione maggioritaria che vede in questo desiderio la trasposizione di un ‘modello occidentale'”. Avon ha analizzato la situazione libanese sottolineando il “malessere degli attori che si collocano – in minoranza – all’interno del movimento di promozione della laicità o – in maggioranza – all’esterno”. Chi, in altri termini, difende la laicità “europea” che “instaura una vera separazione tra il temporale e lo spirituale, il politico e il religioso poiché colloca l’uomo al centro, lo lascia libero di stabilire o meno un legame con Dio e garantisce una vera uguaglianza”, e chi invece “mette in guardia gli intellettuali arabi che prendono la ‘cultura europea’ per poi trasporla senza alcuna forma di processo adattativo in un contesto ‘arabo’ e ‘musulmano'”.Nord Africa ed Europa dell’est. Tra le premesse di ciò “che è accaduto ed è tuttora in corso in Nord Africa e nel Vicino Oriente, e degli eventi avvenuti nell’Europa centrale e orientale negli anni ’80 del secolo scorso” vi sono “radicali differenze”. È l’analisi di Nikolaus Lobkowicz, direttore Istituto Zimos sull’Europa centrale e orientale. Anzitutto i Paesi musulmani attualmente in rivolta “possono essere stati dittatoriali ma non totalitari; i loro governanti” si possono paragonare “ai dittatori sudamericani, ma non è affatto opportuno metterli a confronto con Hitler, Stalin o con i neo-stalinisti come Breznev”. In secondo luogo, “i Paesi in questione non erano satelliti di uno di questi stessi Paesi, ma entità politiche indipendenti”. Ciò “di cui oggi siamo testimoni non è il collasso di un ‘sistema’”, ma il tentativo dei cittadini di “eliminare o destituire i propri governanti”. Secondo Lobkowicz il vero problema consiste “nel fatto che questi Paesi musulmani non hanno tradizioni democratiche o anche semplicemente costituzionali alle quali fare riferimento. Soprattutto, contrariamente a quanto avvenuto nell’Europa centrale e orientale negli anni ’80 del secolo scorso, la stragrande maggioranza della popolazione non ha le idee chiare su che cosa sia e che cosa presupponga una democrazia solida e liberale”.