CHIESE IN BREVE
Malta: i vescovi sul “sì” al divorzioDomenica 29 maggio si è tenuto a Malta il referendum sull’introduzione del divorzio, passato con il 54% di “si” contro il 46% di “no” dei votanti, i due terzi degli aventi diritto. Un terzo infatti non si è recato alle urne. L’arcivescovo, mons. Pawlu Cremona, parla di “delusione” per la Chiesa e sottolinea che solo il 7% dei matrimoni nel Paese finisce in una separazione. Tuttavia, afferma, “noi viviamo in una cultura molto secolarizzata e questo pone anche una sfida alla Chiesa, proprio per quanto riguarda la pastorale”. Precisando di non riferirsi solo alla pastorale della famiglia, “che peraltro è molto importante”, mons. Cremona ritiene “necessario andare oltre e trovare una pastorale che prenda in considerazione la decisione personale di ogni cristiano”, ma occorre anche “rafforzare l’evangelizzazione non solo per quanto riguarda la cultura”, bensì “per quanto riguarda la famiglia che deve essere motore di evangelizzazione per i figli”. Questa, conclude, “ritengo sia la sfida che la Chiesa deve oggi affrontare”. Secondo il provicario mons. Anton Gouder, “la Chiesa deve svolgere un approfondito esercizio di coscienza per comprendere perché la gente ha votato per il divorzio”. “Sempre più maltesi – osserva – hanno preso le distanze” dai suoi insegnamenti morali continuando al tempo stesso a sentirsi cattolici”. Nel sottolineare “la confusione sul modo in cui un buon cattolico si sarebbe dovuto comportare in occasione del referendum”, mons. Gouder esprime rammarico perché “non tutti i punti contenuti in una dichiarazione sul voto secondo coscienza, firmata l’anno scorso da diversi sacerdoti e teologi, sono stati tenuti in considerazione”, e fa notare che “la campagna referendaria ha inoltre dimostrato che le conoscenze e le esperienze religiose di molti cattolici lasciano molto a desiderare”. Il 31 maggio è stato diffusa una nota a firma dello stesso mons. Cremona, di mons. Mario Grech, vescovo di Gozo, e di mons. Annetto Depasquale, vescovo titolare di Aradi, nella quale i presuli affermano tra l’altro: “Riteniamo che in questi ultimi giorni non sia stato preso in sufficiente considerazione il nostro messaggio sulla necessità di investire di più nel matrimonio e nella famiglia. Siamo tutti d’accordo che il matrimonio e la famiglia è l’ambiente più favorevole per il bene degli stessi sposi, dei loro figli e, in definitiva, della società intera. Abbiamo bisogno di tradurre i nostri desideri in idee, in azioni concrete che possano servire di incoraggiamento per i nostri giovani ad affrontare il matrimonio con maggiore impegno, così come a sostenerli in tutta la loro vita coniugale”.Italia: i vescovi su educazione, famiglia, crisi libica”L’educazione è il fulcro prospettico e l’impegno prioritario delle diocesi italiane nel decennio corrente: ciò impone un’attenta analisi delle dinamiche culturali in cui essa è chiamata a vivere. È fondamentale affrontare il discorso culturale per giungere a una proposta di fede, in una società nella quale il pensiero individualistico trasforma la libertà in privilegio del più forte e conduce alla deriva dell’indifferenza”. È quanto si legge nel comunicato finale dei lavori della 63ª Assemblea generale dei vescovi italiani che si è svolta dal 23 al 27 maggio a Roma. Per i vescovi educare alla fede diventa “la prima urgenza e il primo servizio a cui la Chiesa è chiamata, dando respiro e profondità all’impegno culturale e alla testimonianza della carità”. “Soggetto educativo primario”, sottolineano, rimane la famiglia “nonostante le fragilità che la segnano”, ed accanto ad essa “rimane fondamentale il ruolo della parrocchia” ma anche “associazioni laicali, gruppi e movimenti vanno a loro volta valorizzati, verificandone con puntualità esperienze e proposte educative”. Inoltre, “molto ci si attende dai sacerdoti: ribadendo la stima nei loro confronti, per la dedizione di cui danno prova, si chiede loro un salto di qualità, le cui basi devono essere poste sin dalla formazione in seminario”. I vescovi hanno poi sottolineato “l’importanza di offrire una risposta accogliente e vitale in particolare ai cosiddetti ‘ricomincianti’: quanti, cioè, dopo un tempo di indifferenza o di distacco, maturano la volontà di riavvicinarsi alla pratica religiosa e di sentirsi parte della Chiesa”. A preoccupare i presuli è anche il precariato lavorativo “che mette a dura prova soprattutto i giovani”, e “la contrazione dei servizi sociali a partire dall’offerta sanitaria”. Unanime “l’impegno a investire energie per formare una nuova generazione di amministratori e di politici appassionata al bene comune”. Sugli abusi sessuali compiuti da ministri ordinati, definiti “una piaga infame”, i vescovi hanno ribadito che “sull’integrità dei sacerdoti non si può transigere”. Quanto alla drammatica situazione libica, i presuli hanno chiesto con fermezza che “le armi cedano il posto alla diplomazia; che l’Europa avverta come il Nordafrica rappresenti oggi un appuntamento a cui è essa convocata dalla storia; che l’impegno di accoglienza dei profughi sia condiviso a livello comunitario”.