RASSEGNA DELLE IDEE

La sfida della terra

Agricoltura in Europa: un articolo di “Vita e Pensiero”

“L’Unione non può più solo puntare sui Paesi stranieri e sui loro prodotti agricoli a buon prezzo. Serve la volontà politica di rilanciare un’agricoltura sostenibile intensiva sul suolo continentale, strategica per la sicurezza alimentare europea”. Al tema della “terra” è dedicato un articolo della rivista italiana “Vita e Pensiero” dell’Università Cattolica scritto da Ettore Capri, professore associato di chimica agraria alla Facoltà di agraria dell’Università Cattolica di Piacenza. Ne riportiamo una sintesi. Un problema sottovalutato. “L’Europa è oggi il più grande importatore di beni agricoli da Paesi terzi…Cosa significa questo?”. È quanto hanno cercato di indagare gli studiosi Harald von Witzke e Steffen Noleppa nel rapporto di ricerca su “Produzione agricola e commercio in Europa”. “Mentre problemi quali gli effetti delle attività antropiche sui cambiamenti climatici e la riduzione della risorsa acqua hanno guadagnato una crescente attenzione, sia nella ricerca, sia nel dibattito pubblico, in pochi hanno esaminato quanto la risorsa-suolo venga utilizzata per la produzione agricola o degradata a cemento e superfici impermeabilizzanti”. “Sicuramente l’allargamento della comunità europea a 27 Stati membri ha portato a una rapida e continua crescita della domanda alimentare, da studiare assieme all’aumento del consumo pro-capite”. “Ecco, dunque, che la crescita dell’offerta di generi alimentari non riesce a stare al passo con la crescita della domanda per varie ragioni e l’Europa ha cominciato a guardare ai suoli oltre i suoi confini, abbandonando le proprie aziende agricole e i propri territori”. La situazione è critica. “La domanda di derrate alimentari da parte dei cittadini aumenta e l’Unione deve in qualche maniera soddisfarla”. Per Capri, “al di là delle considerazioni di tipo morale che pur frequentemente vengono formulare – in primis la sottrazione di risorse a Paesi più poveri e il sovra-sfruttamento di terre non proprie – bisogna pensare alla questione dal punto di vista strategico, tenendo conto delle implicazioni globali che derivano dalle scelte politiche e gli effetti generati dal non affrontare il tema della produttività e competitività dell’agricoltura europea. Problemi socio-economici, senza tenere conto dell’impatto dal punto di vista ambientale – provocato dall’intensa deforestazione e dall’aumento delle emissioni di gas serra nelle aree non europee, e dall’inquinamento ambientale derivante dall’abbandono del paesaggio europeo – e dalla sicurezza alimentare dell’intera popolazione”.Le soluzioni. “Se la domanda nutrizionale di cibo quasi raddoppia nella prima metà del XXI secolo, dunque, non abbiamo che due modi per soddisfarla: l’aumento della superficie agricola o l’aumento della produttività dei nostri terreni. Inevitabilmente dovremo propendere per la seconda via. La terra disponibile su scala globale non è infinita e la crescita della produttività è la chiave per affrontare diverse sfide”. “Inoltre – prosegue lo studioso -, il diboscamento necessario per l’ampliamento delle superfici coltivabili incide sul riscaldamento globale più dell’industria o dei trasporti. Ne consegue che l’aumento della produttività è anche uno strumento per la conservazione degli habitat naturali”. La sfida. “La sfida, oggi, è produrre meglio in termini di qualità e di valore della produzione agricola. Un’agricoltura sostenibile intensiva perché basata su queste necessità e caratterizzata da innovazione, consapevolezza sociale e politica. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, è necessario che gli Stati investano nella ricerca agronomica pubblica e che si crei un ambiente politico che incoraggi gli investimenti privati della ricerca, invece che ostacolarli. Dal punto di vista sociale – conclude Capri – è necessario ristabilire nei consumatori e cittadini europei l’importanza dell’agricoltura come fornitrice di servizi ecosistemici e quindi di beni sociali: questo richiede grande investimento scolastico per educare le nuove generazioni e non fare solo comunicazione. E si rende indispensabile – in parallelo – investire sulle infrastrutture agricole dei Paesi poveri, rendere disponibili le tecnologie già in uso nei Paesi ricchi per aumentare la produttività, ridurre l’incidenza delle malattie e dei parassiti, favorire l’utilizzo sostenibile degli input chimici”.