LA CHIESA ALL'UE
Intervista con mons. Gianni Ambrosio, delegato Cei alla Comece
Pace, democrazia, sviluppo economico, diritti: sono alcuni dei punti fermi dell’Europa di oggi, risultati ottenuti anche mediante il processo di integrazione comunitaria, che compie sessant’anni. Dalla Ceca alla Cee, fino all’attuale Unione europea, il cammino è stato lungo e, guardando in avanti, si scorgono nuove e impegnative frontiere. Quali sviluppi futuri si possono prevedere per l’Ue? Su quali valori condivisi è possibile procedere? Quali gli ostacoli da evitare? Mons. Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza-Bobbio, ha “respirato” aria europea sin dagli studi in scienze sociali all’Institut Catholique di Parigi e di quelli in sociologia della religione all’Ecole Pratique des Hautes Etudes della Sorbona. Oggi è componente della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) che ha sede a Bruxelles. Gianni Borsa per SIR Europa lo ha incontrato.Mons. Ambrosio, qual è, nell’era globale, il valore della costruzione comunitaria? “L’idea di un’Europa pacificata e unita si affermò all’alba del secondo dopoguerra con il preciso intento di superare i nazionalismi e di riconciliare popoli divisi da immani tragedie. Sessant’anni più tardi, viviamo in uno spazio in cui siamo liberi di crescere, studiare, lavorare, viaggiare, cercare nuove opportunità. L’Europa unita è nata come progetto di alcuni grandi politici cattolici, come Robert Schuman, Alcide De Gasperi, Konrad Adenauer. Se grandi sono stati i risultati ottenuti, è pur vero che il progetto Europa non può realizzarsi in una sola volta, ma deve costruirsi progressivamente, mediante una ‘solidarietà di fatto’. Questa nostra Europa è ancora fragile, come dimostrano le difficoltà di una visione comune su problemi concreti che riguardano tutti gli europei. Non si può pensare che i successi raggiunti assicurino la capacità di affrontare in modo unitario le grandi sfide. Deve sempre essere ripreso il progetto dei padri fondatori per rendere l’Unione europea più coesa al suo interno e più influente sullo scenario mondiale”. E quali dovrebbero essere gli obiettivi prioritari dell’Ue27 nel contesto storico attuale? “Vi sono obiettivi che hanno un preciso riferimento economico e sociale, come il superamento della crisi economica, la questione occupazionale e la politica energetica. Altri obiettivi hanno un riferimento più direttamente politico: si pensi a tutto l’ambito della politica estera europea, che risulta balbettante. Vi sono poi questioni che coinvolgono in modo diretto la vita dei cittadini, come la criminalità organizzata, l’immigrazione, il razzismo… Ma al di là degli obiettivi, su cui si può trovare una convergenza di fondo, è piuttosto il modo di attuarli che deve essere rivisto. Va decisamente rafforzato l’impegno a essere uniti, perché ogni Paese europeo, da solo, è troppo piccolo per far fronte a tali sfide. La capacità di fare sistema è un requisito essenziale. Ma vi è anche bisogno di maggior dinamismo”.In che senso?“Le sfide presenti non possono essere affrontare da un’Europa lenta, rigida, burocratica. L’Europa ha bisogno di un vero dinamismo: questa è la sola strada per assicurare benessere e solidarietà, favorendo la crescita, l’occupazione e la coesione sociale”. La Chiesa ha accompagnato e sostenuto il cammino della Comunità dalle origini, negli anni ’50, fino all’Ue. Cosa si aspetta ora dalla “casa comune”?“Forse parecchi hanno pensato – e pensano tuttora – che la Chiesa, in particolare con il magistero dei Papi, chiedesse all’Europa di guardare semplicemente al passato, ad esempio con il riferimento alle radici cristiane. Per alcune élites l’Europa unita può e deve fare a meno di questo ‘vecchiume’, perché essa vuole essere nuova e protesa verso il futuro. Ma proprio perché vuole guardare al futuro, l’Europa non può negare le sue origini, la sua identità. La memoria del passato è decisiva per avere un ideale trainante nella progettazione dell’oggi e del domani. Una comunità di valori – è il progetto europeo – che trascura i suoi valori fondanti, rischia l’apostasia da se stessa prima ancora che da Dio: è il saggio e sofferto monito che Benedetto XVI ha rivolto all’Europa. Non dimentichiamo che ciò che sembra appartenere al lontano passato è di fatto il patrimonio più prezioso dell’Europa di oggi”. Dal suo osservatorio di Bruxelles (Comece), lei avverte una “Europa che cresce dal basso”, che sa coinvolgere i territori e le comunità locali, che dà spazio ai cittadini? Oppure c’è ancora molto da fare su questa strada?“La strada è ancora molto lunga. Diventa sempre più evidente che la maggioranza dei problemi non sono più affrontabili da un singolo Stato nazionale. In questo senso deve crescere l’esigenza di far convergere l’Europa economica e quella sociale, tenendo conto del contesto globalizzato. Anche se ora non si scorgono le forme di questa convergenza, si può lavorare sul lungo periodo per realizzare tale obiettivo. E ciò può essere favorito dal dinamismo della base, dai cittadini, dai gruppi sociali e culturali, dalle comunità locali. In questo senso la Commissione degli episcopati si fa portavoce delle istanze di base presso le istituzioni europee”.