COMECE

Restare sulla frontiera

Cristiani in Medio Oriente: indispensabile presenza per il dialogo e la pace

“I cristiani resteranno in Medio Oriente nonostante le difficoltà. È giunto il tempo di inchinarsi a questa gente che vive l’ingiustizia”: è la convinzione espressa dall’arcivescovo maronita di Cipro, mons. Youssef Soueif, nel corso di un dibattito che si è svolto il 6 aprile a Bruxelles nell’ambito dei lavori della plenaria dei vescovi della Commissione degli Episcopati della Comunità (Comece) dedicata alle Chiese del Magreb e del Medio Oriente (6-8 aprile). Chiese orientali frontaliere. “I cristiani, come detto anche dal Sinodo per il Medio Oriente, sono portatori di cultura e di speranza, di pace e di riconciliazione – ha rimarcato il presule maronita – e per questo motivo rappresentano una necessità sia per i musulmani che per i non credenti. Mettendo al centro l’uomo e la sua dignità, si aprono anche alla partecipazione alle strutture della società insieme ai loro concittadini creando i presupposti per educare alla diversità, all’accoglienza, alla giustizia e soprattutto al perdono, un tema fondamentale in una terra segnata da conflitti”. Non mancano, certo, le sfide, tra queste mons. Soueif, ha ricordato “l’emigrazione e il rapporto con la modernità”, “affrontarle richiede un percorso lungo e difficile ma possibile se le comunità cristiane vivessero in comunione tra loro testimoniando quei valori evangelici che le contraddistinguono”. Su questo tema si è inserito anche Nabil Kamal Khalife, analista libanese di geopolitica, per il quale “il dialogo non basta da solo a colmare il divario cristianesimo e islam. Ogni religione, infatti, si ritiene la più vera”, occorre, pertanto “un’analisi geopolitica che tenga presente che le chiese cristiane sono per definizione frontaliere, punto di giunzione tra l’Oriente (l’Islam) e l’Occidente (il Cristianesimo). Se i cristiani dovessero lasciare il Medio Oriente uscirebbero dalla storia di questa regione. Il problema delle minoranze resta vitale e va trattato anche in base alla dimensione politica che nelle società islamiche non è disgiunta da quella religiosa”. Sperare nei giovani. “La corruzione diffusa, la povertà, la crisi sociale, la soffocante atmosfera politica” sono state queste per il card. Antonios Naguib, patriarca copto cattolico di Alessandria, le cause che hanno scatenato le manifestazioni del 25 gennaio che hanno dato vita “al movimento per il rinnovamento” dei giovani di piazza Tahrir che ora “rischia di essere oscurato”. Parlando ai vescovi della Comece, riuniti in assemblea plenaria nella capitale belga, il cardinale ha avvertito del rischio che “i Fratelli musulmani possano strappare di mano ai giovani egiziani questo rinnovamento. Al contrario dei Fratelli Musulmani il movimento giovanile non ha leader riconosciuti, strutture per affrontare con qualche possibilità le prossime elezioni. Hanno bisogno di tempo che non hanno”. Altro fattore di rischio per la transizione democratica in Egitto è rappresentato, secondo il card. Naguib, dal dibattito sull’articolo 2 della Costituzione, che prevede che fonte principale del diritto sia la legge islamica. “Come chiesa abbiamo deciso di non sollevare la questione per non pregiudicare la coesione nazionale, rimandandola a quando il cambio della Costituzione sarà realtà. Noi propendiamo per la democrazia e per questo ci preoccupa se questo articolo verrà mantenuto nell’impianto della futura Costituzione” ha ribadito il porporato ricordando come “nel Paese l’uguaglianza non venga applicata a tutto tondo” nonostante ci siano articoli che lo prevedano. “Nel movimento del 25 gennaio non ci sono motivazioni religiose – ha concluso Naguib – l’inizio roseo ora rischia di essere oscurato ma continuiamo a sperare in questi giovani”.Il ruolo dell’Europa. L’incontro del 6 aprile ha fatto seguito a quello del giorno prima a Strasburgo, nella sede dell’Europarlamento, sempre sullo stesso tema. In questa occasione Hans Gert Poettering, eurodeputato e presidente della Fondazione Adenauer (Germania), ha sostenuto che “se rivoluzioni pacifiche avranno successo nei Paesi sulla sponda del Mediterraneo, si smentirà l’esistenza del conflitto di civiltà. L’Europa deve appoggiare la transizione in atto con tutti i suoi mezzi e insistere affinché la via della tolleranza religiosa diventi la normalità”. Un auspicio condiviso anche dal maronita Soueif per il quale l’Europa dovrebbe intervenire nella regione mediorientale “per creare un’ampia area di pace e per un vicinato politicamente e socialmente stabile, così da evitare anche rischi ed emergenze per sé, come quelle che si verificano oggi dagli accadimenti in nord Africa”.