EDITORIALE
La crisi portoghese non è un caso isolato
Il Portogallo sembra il prossimo in fila per la crisi del debito sovrano dell’Eurozona. Dopo la Grecia e l’Irlanda potrebbe, se non controllata, procedere, dopo il Portogallo, verso Spagna, Italia, Francia. I mercati finanziari sembrano propendere al dubbio riguardo all’Europrocesso.Il caso del Portogallo presenta differenze significative rispetto alle due vittime in sospeso dei creditori. L’economia ellenica è virtualmente in bancarotta. È stato l’unico dei Paesi Euro che non ha mai approvato le condizioni del Patto di Crescita e di Stabilità. Avendo imbrogliato sulle statistiche per essere ammessa nel 2001, il suo deficit di bilancio è da trent’anni al di sopra del 3% del limite del PIL. Risulta quindi ragionevole che i mercati dubitino dei suoi impegni in materia di austerità. In particolare, la riluttanza dell’Unione europea nell’ammettere questo fatto costituisce una falla essenziale in tutti i recenti sforzi di contenimento.L’Irlanda, con un buon curriculum nella finanza pubblica, è stata contaminata da una congiuntura negativa nel settore bancario, la cui entità è ancora da determinare. Anche se sarebbe esagerato affermare che l’Irlanda è in bancarotta, siamo in presenza di una grave situazione finanziaria da affrontare.Il Portogallo è il terzo della serie, l’unico rispetto al quale, intorno al 2008, si potevano nutrire dei dubbi sull’eventuale necessità di una punizione finanziaria. È anche vero che, sin dai primi passi in direzione dell’unificazione monetaria, il debito esterno è stato in costante crescita. Il debito lordo per l’economia totale (definizione del FMI) era pari al 28% del PIL al momento della firma del Trattato di Maastricht nel 1992; aveva raggiunto il 93% al momento dell’unificazione, nel 1999, ed era pari al 238% del PIL nel 2010. Di questo, circa un quarto è debito pubblico esterno, che avrebbe dovuto essere sotto la supervisione dell’Europa. In effetti, nel periodo il debito governativo ha quasi invertito la sua composizione. Era per il 93% nazionale e per il 7% estero nel 1992, mentre questi stessi valori erano rispettivamente del 25% e del 75% nel 2009.Appare abbastanza ovvio che la partecipazione al gruppo di stabilità dell’Euro, con una conseguente drastica riduzione nei tassi d’interesse, anche prima dell’adesione, era stata la ragione di questo percorso disastroso. Si potrebbe sostenere, tuttavia, che i livelli raggiunti nel 2008, all’inizio della crisi, risultavano ancora sostenibili, essendo pari al 198% del PIL per l’economia totale e al 58% del PIL per il debito pubblico. Il Portogallo, in quell’epoca, era sul filo del rasoio, essendo credibilmente in grado di evitare un collasso finanziario attraverso provvedimenti energici e tempestivi.Il primo vero problema era politico. La crisi, che era iniziata nel settembre 2008, aveva colto il Paese alle soglie di un periodo elettorale. Nel 2009 erano previste tre votazioni, quelle intermedie di settembre, per il parlamento e per il governo. Il risultato è stato che, il primo anno dopo il tracollo di Lehman Brothers , il Portogallo si trovava in uno stato di eccitazione fondato sulla finzione, con il governo che cercava di dimostrare che non c’era niente di sbagliato con la nostra posizione finanziaria. Di conseguenza, la gravità della situazione venne semplicemente fatta propria, all’inizio del 2010, dall’esecutivo rieletto (ora minoranza). Soltanto allora, con un anno e mezzo di ritardo, sono stati annunciati dei provvedimenti consistenti.Questi tardi aggiustamenti, tuttavia, sono rimasti inattivi ancora per alcuni mesi, stavolta per ragioni amministrative. Le lobby e i gruppi di pressione, intravedendo l’austerità incombente, sono riusciti ad anticipare i benefici ed evitare la punizione nel corso di tutto il 2010. Soltanto all’inizio del 2011, con il quarto pacchetto austerità consecutivo, la spesa pubblica ha cominciato a mostrare segni di decrescita. Da parte loro, i mercati avevano perso ogni fiducia nelle autorità portoghesi, le quali avevano anche consumato il loro credito politico interno. Il governo è caduto il 23 marzo 2011.A partire dall’ultima parte del 2010, appare chiaro che il Paese non può fare a meno di domandare un sostegno finanziario europeo. Il problema è più profondo, dal momento che crescono i dubbi sull’efficacia di questo aiuto. La commedia degli errori portoghese, che nell’arco di due anni ha trasformato una posizione delicata in una insostenibile, è parte di un ambiente europeo molto più complesso. Con un terzo dei Paesi dell’Eurozona in difficoltà, questo costituisce ora, non semplicemente una singola questione, ma un problema per tutta l’Eurozona. Quel che è peggio, è che gli aiuti alla Grecia e all’Irlanda non sono riusciti a calmare i mercati. I tassi del debito pubblico non si sono abbassati, come di solito avviene con i classici programmi del FMI. I soccorsi europei hanno soltanto eluso il problema.